Resta da dire tuttavia che la differenza è ciò per cui il dato è dato, e non il dato stesso. E fin qui siamo tutti d’accordo, la datità, il porsi tetico dell’egoicità è un momento trascendente. Ora, fin dove è possibile negare o far assumere il ruolo del negativo alla coscienza? Coscienza versus inconscio è modo completamente sbagliato di assumere il fatto psichico. Che la coscienza sia rappresentativa di qualcosa e quindi supplice a un’astrazione categoriale è ciò che una lettura povera e intellettualistica di Kant ha portato avanti con vigore obliando completamente l’opera tarda del filosofo prussiano. Lo psichico è coscienza, ora, dove sia, quali siano gli spazi in cui si distribuisca modalmente è molto difficile da dire. Però se il campo, anzi, per meglio dire la funzione psichica è dis-individuata porta, il bergsoniano cono rovesciato, l’ologramma della propria aporia, vale a dire la pienezza del corpo psichico caratterizzata dalla mancanza di uscite o porosità. Il pieno che l’aporia mette in campo è differente per natura dal porsi tetico dell’egoicità. Tuttavia negare che la trascendenza dell’ego sia in funzione nel discorso perfomativo, avviluppata in un campo pragmatico, è un’operazione epistemologicamente risibile. E’ il discorso performativo il problema, che producendo effetti di referenza, produce un’effetto di trascendenza relativa. L’emergere della determinazione formale è allora la trascendenza? Si e no. Ovvierosia, nel momento esplicativo del vero e del falso. All’interno di una catena di inferenze dove si dà un dire predicativo, il linguistico fuoriesce, come il risultato di un colpo di dadi, sul tavolo pragmatico-operativo il soggetto o la soggettività che comunemente viene intesa. Il procedimento stupisce per facilità di sintesi neuronale o di velocità differenziali che compongono uno slittamento dallo stesso allo stesso dove il negativo è prodotto quale momento del falso, o momento discreto in cui l’unico modo di vedere il falso è possibile. Ancora, quindi la concezione contemporanea della coscienza a una scialuppa di salvataggio del fenomenico in un nome di un’epistemologia che blocca la differenzialità semiotica, inevitabile nel dire non-predicativo o non-referenziale. E’ tanto dire il fatto che la soggettività sia linguistica o per alcuni versi simbolizzante. O primariamente visiva. La funzione linguistica è indissociabile ad alcune grammatiche che non sfuggono alle saccadi oculari, l’alternarsi ritmico, lo sfarfallio della palpebra, sono fenomeni che ineriscono il sensibile, o meglio, lo marcano discretizzandolo percettivamente, orientando all’azione (perciò al dire predicativo) la coscienza comunemente intesa. Dunque, effetti di referenza e codificazione semiotica sono i due assi principali di una teoria della conoscenza. Vi è perciò, sancta simplicitas, una differenza di natura tra etica e gnoseologia. La funzione-coscienza, il funzionalismo del momento percettivo è solo uno dei modi, anzi il modo principe, in cui si esprime la sostanza infinita, Dio, come potenza cretiva assoluta. E come si fa a negare un modo dell’espressione, categoriale e eterodiretto, alla funzione psichica? Sarebbe la pratica falice di un esoterismo di silenzio e pratiche alchemiche. Ahimé, non si è ancora trovata la clavis universalis che unificherebbe la percezione in un atto singolo, indivisibile, assoluto. Perciò la percezione è giocoforza una forma di trascendenza in cui lo slittamento il funzionamento è modulaato dall’illimitato potere dell’effetto di referenza. Relata refero è la formula attraverso la quale i relativi slittano in infiniti modi e catene causali attorno ad un centro vuoto, articolando una disfuzione che lungi dall’essere una mancanza è potere semiotico del dire. Regresso illimitato della relazione tra i blocchi semiotici in virtù di una differenzialità infinita negli stessi. Le semiotiche si dicono in molti modi, in infiniti modi, e ciò rende il dire predicativo della coscienza essenzialmente digressivo. C’è una differenza di natura tra il momento in cui si tirano i dadi e quello in cui se ne scopre il risultato. La digressione è il risultato del lancio, non la sua origine. Tuttavia, il momento digressivo, e ripeto, referenziale, è innegabile come moto proprio della funzione psichica. La datità dell’effetto di referenza è endemica, contagiosa, così tanto e in maniera così pervasiva che lo slittamento della catena significante è asindoticamente proiettato all’infinito. Ciò forse implica prudenza nei modi e gentilezza nei gesti, certamente, ma anche un certo porsi in ascolto di un momento di pura irreferenziabilità in cui il dire predicativo si sospende per lasciare posto ad un senza nome. L’anomia e l’aporia governano, non da una posizione sovrana, ma perfettamente immanente e orizzontale con i sudditi, le modalità di un divenire-impercettibile, fare rizoma e non mettere radici. E ciò mi sembra una promessa di eternità, che non annulla la coscienza, non ne fa un momento del falso o della negazione, piuttosto ne studia gli effetti di referenza e le modalità della funzione-coscienza quali accadimenti superficiali e interni (ma con effetti di esternità) all’Uno, o alla natura. Cioè l’orientamento viene dopo il segreto, pur se spesso vicini e logicamente implicati, i due ambiti: dire predicativo-referenziale e silenzio inespressivo sono distanti di un capello. E dato che c’è sempre un diavolo per capello, come si dice, allora non possiamo che riconoscere un valore diabolico alla distanza tra principiato e principiante, ovverosia tra aporia e porosità, tra lo Stesso e gli effetti dello Stesso. Valore diabolico, attenzione, forse significa solo effetto di trascendenza, e dunque, anche effetto di tristezza che ogni dire predicativo porta con sé. Come se l’evento portasse con sé una scia insemiotica, indifferente alle modulazioni segniche, impossibile da dire. Quasi come se fosse un irrappresentabile a giacere nel fondo di ogni rappresentazione. Anche questo è un motivo empirico.

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