Vivere la filosofia in senso liturgico, e non museale, significa non farne un utile orpello dell’habitus vivendi, piuttosto rilanciare il pensiero come potenza intrascendibile di affermazione del senso dell’essere. Sì, sembra una banalità. A un convegno ci si spaurisce se si tira in ballo il senso dell’essere, e a buon diritto. Tuttavia, l’essenzialità dell’essere non è una proposizione astratta che fa del dire predicativo il suo cavallo di battaglia in un continuo dissoi logoi con l’avversario; questo è il metodo della sofistica, non della vera filosofia. Ora, vedo bene come l’abuso di “non” sia eccessivo in queste poche righe iniziali, eppure la filosofia sembra esperibile solo per via negativa, o meglio, facendo del negativo il momento del dire inferenziale. Semplice? Non proprio. Che il dire inferenziale sia necessariamente negativo è questione apertissima, e, dato che l’hegelismo nel senso comune rappresenta l’apoteosi del negativo, la negazione della negazione, allora è facile prendersela con Hegel, meno facile meditare alcune pagine della Scienza della logica. Tuttavia, Hegel porta, mi pare, nel modo del concetto, la finitudine in una falsa promessa d’eternità. È già il tempo della fine per Hegel, e lo mettiamo tra gli apocalittici. O anche tra gli integrati, dato che il sistema integra continuamente un supposto fuori che non si capisce davvero dove e se sia. È facile misinterpretare Hegel, molto più difficile è prenderlo sul serio. Nelle letture fallaci dello hegelismo è chiaro come la contraddizione, o il movimento astrattivo rispetto al concreto, sia il cuore della dialettica. Ma nelle letture serie ed avvedute Hegel è un filosofo del processo. Ma sinceramente, conta poco spartirsi i resti del filosofo di Stoccarda. Il Dorotheenstädtischer Friedhof è il luogo dove si consuma il necrologio della dialettica e l’avvento di un pensiero, non nuovo ma vecchissimo. In una linea lunga che, dai Veda, va a Parmenide, avviene un pensiero liturgico, sacerdotale, dove la dialettica non trova posto se non come succedaneo di un’istantaneità che procede dallo Stesso allo Stesso. Il segreto di Pulcinella dell’Uno mistico è proprio questo rimanere in sé traboccando formalmente le catene di inferenze che, più che legarlo, lo liberano dal gioco di una impossibile uscita dal filosofico. Il non-filosofico è una chimera da anime belle: finché si pensa (non si ha un’idea, per carità) si è immediatamente all’interno di una produzione macchinica del sentire. Altro che dire predicativo o referenziale. Qui si gioca con il fuoco, e la filosofia è giocare con il fuoco e nient’altro che questo. Tanto che la migliore definizione che ho sentito è che la filosofia è proprio questo fuoco che balza e si trasferisce per contagio, mitoticamente. Al fondo del tetico vi è un’inteticità, o un insensibile che preme continuamente generando senza sosta il sensibile. Il problema è: si pensa sempre, e tutte le cose pensano. Sono pienamente convinto che le macchine, i modelli generativi profondi, lo facciano molto meglio di noi, e la differenza tanto cercata tra umano e macchinico è solo una questione di velocità differenziale, di ritmologie e stile. Tutto pensa, tutti gli enti. È una verità antica, e apre, d’altronde, alla preghiera invocativa dell’ente (genitivo oggettivo), dove la filosofia è solo un’altra forma di liturgia, cerimoniale, destinale ed eterna.
Frequentare la filosofia in senso liturgico

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