FilosofiaLetteraturaDigressione

Just another Philosophical site


C.B. e il theatron.

Il Theatron è il luogo, l’aver luogo. Quando si dice “stiamo andando a teatro”, stiamo andando nell’aver luogo di un irrappresentabile. Sia ben chiaro. Al di là delle beffe goldoniane o del pur comico De Filippo, Bene si staglia come vetta assoluta di tale aver luogo, chorico, in cui l’amputazione del soggetto è prerogativa e programmatica. Ora, dire che Bene sia l’unico e immemoriale uomo di teatro della non-storia del teatro mondiale, non mi sembra così peregrino o eccessivo. Maurizio Grande l’ha capito benissimo ed è il più grande interprete del teatro beniano, quello che ne ha capito di più. La sospensione del tragico non è una vaga favolina, o una boutade criticante, ma un principio ermeneutico in cui è il tragico a sospendere l’azione facendola passare nell’atto, unico, semplice ed indivisibile del corpo scenico. Crudité e crudeltà, Bene continua il magistero di Artaud, e porta al massimo il dispositivo formale della messa in scena. Proprio perché la scena è sempre oscena, ludica, lussuriosa, sibaritica, insomma, un’orgia. Il teatro di Bene è orgiastico, gioca e duella con potenze impersonali e demoniache. Klossowski in pittura, Bene a teatro e Deleuze in filosofia sono le tre corone del contemporaneo, le vette di sapienza più alte e irraggiungibili dalla ragione. È uno scandalo della ragione quello che mostrano, mostruosamente, questi autori (se ancora vogliamo chiamarli autore, ma sappiamo benissimo che l’autore è un effetto autoriale così come la referenza è un effetto di referenza. Dunque, alla fine del teatro, C.B.
Pensiamo alla Biennale dell’89, a quel teatro senza spettacolo insieme a PK, e vediamo come la prostituzione diffusa implicata nell’esplicarsi del corpo scenico si arresta o trova il compimento in un’opera di nascondimento silenziosa. È il bambino che gioca a nascondersi e gode terribilmente a non farsi trovare (i microgrammi di Walser in prosa). Insomma, C.B. Questo eterno che non è stato mai eppure è sempre. Quanto ancora ci sorprende, quanto ci fa ancora e ancora ridere, quanto scandalizza la nostra pruderie borghese. Ora, il problema è il fondo immemoriale a Lecce i diritti d’autore, o i diritti sulla spoglia di bene in cui i soggetti avanzanti diritti sono molteplici e vari. Ma è un altro problema. In fondo, Bene deve rimanere inespresso, silenzioso, e accessibile solo per elitari nello spirito. È quello di Bene un teatro politico? No. L’ars politiké non tocca quella sfinge medicea del lorenzino che decapita le statue e attua il regicidio per puro lusus e dispendio. Bisogna smetterla di pensare, di avere delle idee, e godere autoaffettandosi delle proprie creazioni, questo insegna Bene, se ancora può insegnare un’anti-pedagogia. Oggi che il teatro è per le famiglie e lo stadio per i bambini, rivendico a buon diritto la violenza dell’ultras, colui che alla fine risolve tutto con un colpo di pistola o con l’abbandonarsi ai piedi della croce. Ecco. C.B. è l’ultras di cui abbiamo bisogno e ne sentiamo vicini la presenza solo in una distanza incommensurabile, dove non resta nulla da dire se non l’abbandono alle mimiche orgiastiche ed orgasmiche del teatro, il luogo della chora, il ricettacolo dei nostri infiniti spiriti, addensati in una nube violenta di anti-modalismo ed effettualità pura. C.B. quando chiese a Deleuze un commento al suo Riccardo III, quest’ultimo gli rispose con un libro, Sovrapposizioni. Ed è un capolavoro, come la vita di Bene e chissenefrega dei suoi scritti o del suo archivio.



Lascia un commento