Tutto è un fatto di stile, ma Buffon afferma: lo stile è l’uomo. Perché proprio l’uomo? Perché l’uomo è l’essere che raffina al massimo grado la questione modale e pone una variabile infinita tra i modi di esistenza. Mi sembra una risposta parziale, almeno questa. Ciò significa che la categoria del possibile sia un modo di darsi dell’effettuale, della Wirklichkeit e tra i due non c’è contrapposizione netta. O meglio, effettualità e possibilità sono le due modalità, permutabili, attraverso le quali il vivente si esplica. Ma il possibile è solo un effetto di possibile. Quando Deleuze lo chiede per non soffocare, a farlo ricordiamoci che è un asmatico, con gravi problemi rispetto alla propria pneumologia interna. È solo da una condizione di pura irrespirabilità che si sente il soffio vitale che permea ogni referenza scientifica, ogni fatto epistemologico. Lacan, a fine analisi, auspica per l’analizzando la posizione del morto, ed è fedele al dettato freudiano di un istinto molto più profondo e radicale di eros e thanatos. È thanatos a parlare, è il fundus animae ad animare, senza sosta, le rappresentazioni mentali. Ora, mi sembra che lo stile sia inscindibile da un punto di non-stile, tanatologico, di sospensione statuaria in cui il modale non conta più nulla. Uscire fuori dal modo, come diceva San Giovanni della Croce, che sulla cima del monte proclama il suo sette volte Nada. Non è una vera fuoriuscita ma patteggiare faustianamente con una potenza in esercizio più profonda dello slittamento giocoso tra sintassi e semantica. Il grido precede, non temporalmente ma logicamente, il soffio. Ecco perché una delle speculazioni più interessanti del contemporaneo è quella che sta avviando il filosofo Andrea De Donato, coniatore di una nuova disciplina, da lui ribattezzata stilematica. Il concetto tuttavia mi pare difficilmente riducibile a solo evento di stile. Anzi se il concetto fosse proprio il punto di non-stile dal quale tutti gli stili si squadernano? Un punto morto, statico, statuario. La moglie di Lot che si gira, di sale, durante la distruzione di Sodoma. Sodomitico è lo stile, ruffiano, cortegiano rispetto al campo pragmatico. Cioè vi è sempre dello stile, soprattutto nel concetto o solo dove la concettualità è viva, ma quello che voglio dire è che dallo stile non si risale al punto zero, assiale, dell’enunciazione. Piuttosto, verticalmente c’è la potenza, orizzontalmente lo stile. Mi sembra una buona sintesi, ottima per rimanere crocifissi o fare della croce il simbolo universale del vivente dato che il vivente è, costantemente, nel punto di incrocio dei due assi. La stilematica, dunque, è l’analisi di produzione dell’effetto di referenza, infinito e digressivo, che ci dice qualcosa sul processo in corso senza sussumere l’intero processo dissolvendolo nelle proprie condizioni enunciative. Non tutto è scrittura insomma, ma non vi sono altri mondi rispetto alla scrittura. Questo è il paradosso con cui bisogna fare i conti, e non basta un intenzione di calcolo, un calculemus leibniziano a risolverlo. Perciò stilematica e punto di non-stile mi sembrano un buon accoppiamento, o l’unico possibile per distinguere preghiera e liturgia, ministero e mistero. Ma quando avviene il salto dalla lettera allo spirito, perché non c’è dubbio che si tratti di un salto, vattelapesca. L’ermeneutica teologale distingue allegoria e tipologia, la prima sono gli effetti di referenza e la seconda è il darsi storico, ma esemplare ed esemplificiante, della stessa. Ma dire che tra una parabola, un insegnamento, stilisticamente modulato, e ciò che la origina non si attui una differenza fondamentale, e perciò confonderli, è imprudente e gravoso. Anche, e infine, perché lo stile si sopporta, supporta, funziona come suppot, ma tutto quello che non sopporto ha un nome, ed è con l’abbandono e la vertigine anomica che bisognerà fare i conti (se vi si riesce).

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