PPP è l’espressione del genio bistrattato e preso come jolly da sinistre e destre, l’auctoritas da citare quando la conversazione langue e il discorso si fa più intellettualistico (pasolini pasolini pasolini). Pasolini è il destino di ogni poeta, il fraintendimento sociale di una piccola vocina da usignolo e da frocione che omoerotizza il canone universale delle lettere italiane. Perciò la confessione sadica arriva con il Salò-Sade: nella merda del linguaggio PPP esprime il basso che si converte in alto e viceversa, in una ricorsività misticamente fecale.
Il lascito Pasolini allora è un testamento impossibile, un’eredità indomabile di un genio stilistico senza pari, con cui faremo i conti approssimandoci sempre al punto sorgivo e generativo della sua lingua. Fortini diceva che era un teatro di rovine, ma Fortini era un pallido e triste moralista che vedeva nel teatro una funzione politica, performativa e sociale; perciò non ha mai davvero inteso i torti del poeta casarsese. Ricordo quando, mentre scriveva il Salò, prendeva l’edizione di pregio dei Meridiani Mondadori e la puniva con lo stilo, incidendo con forza inumana le pagine delle 120 giornate.
Pasolini è indiretto libero, perché assume indirettamente la stessità di libertà e necessità, esercitandola attraverso i postulati infinitamente vari della sua poetica: non un passatismo o una forza del passato che parla del presente, ma un presente che solo grazie a un effetto di passato riesce a essere pienamente contemporaneo (vedi Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, per capire la condizione del poeta o del filosofo con il proprio tempo). Pasolini il luterano gramsciano, l’intellettuale che sineciosicamente rilegge i testi, è solo un frutto troppo maturo e destinato a cadere in una mistica dell’intelletto pensante. Solo, non mi piace che il Potere per PPP fosse con la P maiuscola: sono errori paranoianti di chi si sentiva avverso al suo secolo più prossimo.
Vanno perciò con cura meditati gli scritti su Dante e l’universalismo volgare al quale ci fa accedere il pater patriae della lingua italiana, per meglio intendere il padre del deserto, l’inumano e il tossico Pasolini. Colui che ci ossessionerà e che disprezzeremo più di tutti perché assunto al grado di nemico. Tra i pochi, che nel loro torto hanno ragione. Merita, dunque, di essere insepolta l’opera di PPP, così da lasciare, come munera mortis, davanti alla tomba, solo la cenere muta di un genio: un capolavoro barocco di fragilissima umanità, alla quale non possiamo che assegnare il ruolo di nemico ingrato, solo perché anche e soprattutto amico.
Grazie Pier Paolo, amico mio, mio schifo, mio odio, mio ribrezzo più grande.
E grazie anche a Martina che, da martire, mi fa capire i martiri.

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