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Un diavolo per capello

[A. Argondizzo, Via Malcontenti, Q edizioni, Tortora 2025]

Capita, magari in una bella serata novembrina, con fresche e liete temperature, di fare una passeggiata nel proprio paese d’origine. Magari dopo che si è stati via per lungo tempo, aver intrapreso strani sentieri e incontrato nuove ed inusitate cose, eventi e situazioni. Ecco, il sentimento che aleggia come una nube sulla nostra coscienza, è difficilmente esprimibile, credo. Eppure, assomiglia tanto a una sorta di straniamento percettivo, di doppiezza costitutiva, doppia visione, diplopia; da una parte i ricordi infantili e i bassi caseggiati, dall’altra il mondo nuovo, esterno al villaggio, dove non esiste un centro totemico e tutto si dissolve in caos globale. Cavolo, è davvero difficile scendere a patti con le dovizie da espletare di un viaggiatore cerimonioso, con questo sentimento ubiquitario di essere sempre altrove anche quando si frequentano i luoghi più familiari. La coscienza in questi casi è in uno stato di perturbanza, nella quale tocca, fa e vede gli oggetti del mondo due volte, doppiamente, come continuamente dimidiati tra passato e futuro.

Bene, il libro di Angelo Argondizzo potremmo dire che ci fa sentire plasticamente tutto ciò, ma non sarebbe vero, o non del tutto. Perché, fondamentalmente, il nuovo libro di Argondizzo è comico, di una comicità cosmica, è un cachinno divino che irride questi triti e tristi sentimenti nostalgici della presenza-assenza e partenza-ritorno. Il protagonista è un pelato che vive male la propria condizione da trentenne scapestrato con qualche rudimento di studi filosofici alle spalle, un padre assente ed affarista e una madre silenziosa. E credo che qui l’autore riesce a cogliere una condizione universale di nostri tempi, almeno per gli under-trenta. Ma non disquisiremo sociologicamente di ciò. Argondizzo è un comico, un funambolico della prosa, ora molto più maturo che in passato, quando con il precedente romanzo, Tarassaco (2023), si perdeva in nostalgiche e dolorose, quanto a volte ovvie, riflessioni. Sconta il magistero con Griffi, Mari, Pomella e chi più ne ha più ne metta. Insomma, Argondizzo in Via Malcontenti segue la linea comica e la porta fino all’esasperazione, anche aggettivale o sostantivale, introducendo perfino un satanasso da strapazzo a fare da guida al protagonista.

Immaginate quindi un povero studente calvo e un satana beone e troverete i protagonisti della quête di Argondizzo.

A fare da sfondo ci sono gli straordinari paesaggi del Pollino, la Mula, la Muletta e la più varia orografia della Valle dell’Esaro (a nord di Cosenza), ottimamente descritti. Rimpiangiamo che il romanzetto, o lungo racconto, duri troppo poco. E vorremmo, sinceramente, rivedere riatterrare il protagonista in luoghi spettrali come l’aeroporto di Lamezia Terme, ma è giusto così. È una beffa, e Argondizzo è un beffatore che con una sintassi mai scontata, o cedente verso il languore sentimentale, porta il lettore tra i frizzi e lazzi del suo ritorno nei luoghi dell’infanzia.

Dunque, mia madre, quando ha finito di leggere il romanzo, ha detto che il tono era distopico. A pensarci, sono parzialmente d’accordo, mi sembra più un romanzo che funziona come preludio di un gioco più grande, e che quindi più che prospettare futuri, o distorcerli, gioca a crearsi un passato. Allora, l’autore si inserisce di diritto nelle giovani promesse delle lettere italiane. Sperando ci faccia divertire ancora, prima che, viste le paturnie a cui eventualmente saremmo soggetti, non ci cadano i capelli e saremo costretti, come ci consiglia il diavolo, ad andare in Turchia.



Una replica a “Un diavolo per capello”

  1. A proposito di ricordi infantili, ne ho raccontato uno in questo post: https://wwayne.wordpress.com/2020/12/05/un-sogno-che-si-avvera/. Cosa ne pensi della mia esperienza?

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