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Freud è superato

Sono pienamente d’accordo con Popper: la psicoanalisi è una pseudoscienza al pari dell’astrologia. Ora, però, varrebbe la pena di interrogarsi sullo pseudos, su cosa significhi falsità all’interno di un dominio epistemologico, e quindi quanto effettivamente una pratica abbia una propria effettualità al di là degli enunciati di verità e falsità che produce.

Ma è un falso problema dibattere sulla scientificità o no della pratica psicoanalitica, dato che il momento cruciale, decisivo, insuperabile è l’atto clinico, il setting e il transfert.
Perciò, la psicoanalisi nasce come pratica medianica, incantatoria, e tocca e descrive non le pulsioni più basse dell’individuo umano, a mio avviso, ma quelle più alte, libidinali e vicine a un sentire puro senza soggetto, cioè senza sintesi categorica da parte dell’intelletto.
La psicoanalisi è una pratica trascendentale, ed è così incarnata, libidica, effettuale.
Ogni volta che si dice che Freud è superato non si capisce realmente in base a chi o a che cosa lo sia.

L’insegnamento del più grande freudiano del Novecento (ovviamente Lacan) si inserisce pienamente nel solco del maestro e ne amplia concetti e statuto dottrinale.
Il campo psichico freudiano, almeno come risulta da quella che la metaconcettualità speculativa della metapsicologia ci dà, è un campo a presenti di reazioni immediate di tutto con tutto.
Lo psichico è, in questa non-visione del mondo (altro che le Weltanschauungen), così simile a ciò che descrive Rovelli nella sua teoria relazionale della fisica quantistica.
Il problema così risulterebbe spiegare l’emergere della coscienza, ma parlandone ci si annoia e basta.
L’emergere della coscienza è lo sbocciare di un fiore o lo sbrilluccicare di una lucciola, un fatto naturale, onnipresente in natura, visto che tutto il naturale è cosciente e il soprannaturale è un’utopia se lo si pensa attraverso il metodo della trascendenza e dell’eccedenza (fuori sì, ma chissà dove).
Foucault è chiaro: il fuori è il più interno dell’interno.
E non ci sono utopie nella macchinazione psichica; trovare momenti in cui non si pensa è davvero difficile.
L’unica cosa che ci salva, e forse ci fa differire dai sistemi generativi profondi (detti anche artificiali), è la velocità, vale a dire le velocità differenziali che il sistema referenziale-enunciato deve mettere in campo per performare il reale attraverso il sentire puro e originario del corpo (non proprio, ma spogliato di ogni proprietà, e dunque anarchico).

Tornare a Freud è il gesto necessario, irrimandabile, che spetta al contemporaneo, se non si vuole cedere alle lusinghe delle facili pratiche di empowerment che gli psicologi dinamico-comportamentali propongono in edicola.
Al miglior prezzo si vende una cura per i cattivi sintomi della psiche.
Peccato che, almeno io, non ho mai visto un sintomo cattivo, e l’unico processo caratterizzato da cattività sarebbe la cessazione del corpo sintomatizzante.
Continuamente creiamo, mi sembra, le nostre macchinette; che funzionino o abbiano embrionalmente e come origine una disfunzione costitutiva è un problema diverso rispetto all’applicabilità dell’epistemologia freudiana ai fatti individuali.
Per Freud la psiche è estesa e di sé non ne sa nulla, oltre a essere atemporale (che è un altro modo di dire che è eterna, che è un motore immobile o un aion continuamente in esercizio), e perciò non siamo mai dove pensiamo e non pensiamo mai dove siamo.
Continuamente delocalizzata, questa funzione-psiche è irraggiungibile dall’intelletto raziocinante o da quella che comunemente si intende per ragione.
La psiche è un fatto di altra natura rispetto all’empirico, pur non essendo altrove che nell’empirico.
Ciò la incatena al determinismo, come necessità che le cose debbano essere così e non altrimenti.
C’è una destinalità nella psiche descritta da Freud che permette di affratellarlo con Jung e pensare la psicoanalisi come un’unica pratica epistemologica, in cui il Freud-Lacan-Junghismo è fertile nella misura in cui funziona perché non cura, ma rende la non-ragione e l’impianto libidinale del Trieb–simbolo–immagine.

Dunque, la psiche è creativa ed eterna perché simultanea, senza spessore ontologico, senza distanza tra principiato e principiante.
Anzi, tra questi ultimi cade un capello, una differenza di natura sottilissima e impercettibile che rende il principiato un effetto di riverbero, o di risonanza, del principiante.
Eppure, nella realtà psichica descritta come processo, continuano a entrare, come ladri notturni, piccoli effetti di trascendenza relativa.
Ed è qui che bisogna essere chiari.
Ciò che intendo con effetto, che sia effetto Freud (ciò che mi spinge a scrivere questo testo) o effetto di referenza, non è da confondersi con l’effettualità.
Sono due piani diversi, in relazione biplanare, ma non sono proprio la stessa cosa.
Il primo, l’effetto, è logicamente successivo, non in quanto supplemento dell’effettualità o aggiunta, ma in quanto effetto che non rende giustizia al motore immobile della genesi psichica (genitivo oggettivo).
Il secondo è invece l’immanenza assoluta.
L’effetto che intendo, anche dicendo effetti di referenza, non è perciò un pleonasmo.
Perché sì, va bene, la referenza è un effetto e non un dato originario — e siamo tutti d’accordo — ma, in quanto effetto, spiega o dispiega il suo funzionamento.
Mi spiego: da una parte la referenza è unica e singola, presa in una volta sola ogni volta; dall’altra parte, l’effetto referenziale è infinito, continuamente slittante, e analizzabile attraverso la descrizione delle produzioni discorsive storicamente determinate.
Non mi sembra di dire una castroneria: è tutto così chiaro, nell’oscurità del dire predicativo, che la referenza implica un effetto che non si confonde con l’effettualità.
Dunque, prima di tutto c’è l’aporia e poi il dire predicativo che la risolve in una processualità modale.
Tutto ciò è semplice come bere un bicchier d’acqua.

Freud è l’amico che ci serve a descrivere questi meccanismi effettuali? Non lo so.
Sicuramente però non è superato, ma sempre alle nostre spalle, pronto a incularci così da farci produrre un figlio mostruoso, un’immacolata concezione, al massimo grado della scienza e contemporaneamente ai margini di una qualsiasi volontà di epistemicità.
Praticare l’epistemicidio con Freud, similmente al parricidio, sarebbe cosa buona e giusta — cercando però di non dimenticare che sono gli effetti di referenza a farci godere e che, senza di essi, non sapremmo nemmeno bere un bicchiere d’acqua e rimarremmo così assetati a vita: gli effetti di referenza come piccola oasi nel deserto, isola felice, miraggio, trascendenza relativa



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