Bisogna pur scrivere, per necessità, gettarsi sulla carta. Con i denti, i canini, gli incisivi, i molari, tasti, tastiere, su display strappare questo sgualcito supporto allo scorrere del tempo e curvarsi, fino all’incavo epigastrico, in questo gesto così, così? Così.
Non c’è premeditazione nel comporre il proprio ossario di fitte memorie, funebri solecismi, e incombenze puntualmente mancate. In quel momento mi sentii labile, mancante, ostracizzato dalle loro citazioni, dai ticchettii americani delle loro visioni; ero, afunzionale e senza memoria, portato a svuotarmi nella scena dei loro discorsi, un dolce e fresco rimpicciolire. Piccolo, ero, piccolo piccolo, da entrare in me stesso senza chiederne il permesso e uscirne senza far rumore. Un gioco che si alternava al riflesso grigio-ocra dell’atmosfera, chiudevo senza rimpiangere lo sguardo e fuoriuscivano limpide come goccioline le pupille, la vitrezza dei miei occhi, tutta l’acidità incrostata della memoria. Ecco cos’era diventata quella conversazione, un’altalena sentimentale senza riflusso, un margine color panna, una dolce culla in cui fare la ninna piano. Non cancellare ciò che scrivi è la regola magica del supporto, il suo attraente segreto, carta moschida per sopraffine filologiche zanzare; ripetizioni, iuvanti, giovani vecchi e vecchi giovani. Mi scusi, mi hanno detto che il virtuale permea il suo dire: è vero, è incorporeo come l’aere, non sente l’io la gravità svenire sotto le sue assi? pieghe sottili del vetraio, soffiato in tempi antichi, e in malora perduto, adesso vibra, freme, geme sotto le folate di questo mendace favonio, è il vento del deserto. Stiamo sulla memoria, a Sant’Elena ebbe un bel daffare, smargiasso scatenato: per la memoria non basta l’oro di tutte le californie, non si recupera sul vetro, non si siede meditabonda davanti allo specchio, non aspetta, non ritorna, trema. Ha paura Mnemosine, la poststoria, post-it, la incanta. I riti sembrano tutti smembrati, senza membra e innocui, incrudeli parvenu di cose mai state (per questo sono sempre, c’è una leggerezza delle cose mai state, in ciò che mai si tocca nel ticchettio…), altro che neo-tribalità, è neo-capital. È un bubbolo gigante, un neo gigante, un grosso grosso punto, nel niente del tempo. Cortocircuita la dialettica questo grande anfratto, spiaggia lussuosa. Come se la caverna si fosse estesa a un punto di non ritorno, extensa maximi e maximo dominus, e avesse fatto fuori qualsiasi possibilità di scavare in basso, di tentare un punto di fuga, verniano, verso il centro della terra. La superficie assoluta: hotel Bonaventura a Los Angeles, hotel Burj Al Arab a Dubai, l’inversione del gesto utopico jamesoniano.
La nostra condizione appare similmente a una corsa, quando esangue ed emaciato, l’unico corridore rimasto, tutti gli altri spirati via via, come dei piattelli di cui non rimangono che rimasugli, si rifiuta di tagliare il traguardo. Piuttosto, fissa lo sguardo sul nastro, scopre le scalanature, i punti neri, i buchi bianchi, le invisibili molecolari ultime effigi. Gioco d’ombra, bianco-nero, rosso-blu, 3D, ipercubo, spazio transdimensionale, parco giochi cosmogenetico. Tutto avviene nell’incrociarsi dei battiti virtuali, il vivente si spreme le meningi ed esse rispremono le proprie metafore, olii essenziali. Si vendono ovunque, il bisogno di nettarsi è qui d’obbligo, le buffet est ouvert des parfums engageants, profumarsi per sfumarsi. È sentire la pelle premere in tutto il suo sudiciume, sapere che ben riposto si tiene in sacco il tempo, in time, orari baldanzosi, frequentemente sconnessi, molli, orientalizzanti, falsi ritardi, fastose puntualità. Scorre, qui, tutto, più sadiano che saidiano, tutto è regolato: la metropoli: un cardiofrequenziometro. La postilla turistica si presenta, in smoking, come l’imbucato alle nozze, a volte diverte e attira, altre disgusta. In quiete, ti si posano addosso le mosche del capitale, succhiano avidamente i pori e ti lasciano una resina, come un luccicore di bava, tutta spugnosa ed elegante. Merci, allez, foule française, salam, shukran, si scambiano le parole d’ordine, obbedire nel gioco, nel serpentone chi sta dietro segue e ripete; il serpente qui non ha mangiato l’elefante, tutti portano il cappello, e si vede, kefiah, candura, Al Jazeera al-Nūn, isola della luce.
Il calore è una manifestazione superflua ed essenziale del territorio, un’escrescenza codica l’atmosfera, anonimo potlatch. Quando cala il silenzio, si gela, fa freddo, nell’algido veicolato nero nero limousine vetri oscurati grigio color piombo-piccione. Super partes, il veicolo magnetico si inclina sull’Egeo. Il suo prendere quota è una tirata d’assi, un colpo malefico del destino, un piccolo sorso d’acqua durante un temporale. Ecco lo spezzettamento ipergeometrico che fa vibrare le membra, ecco ecco, il suono allegro e vago d’intesa appena scambiata. Una dolce e fragile armonia ricopre le dorate sorti del Capitale, è come vivere allegri, imbollati per gioco, divertimento malsano plexiglassato, di crudele pianta. Si accresce e arrischia arboreo: il verso è l’alto, l’avvenire, lo sprofondamento del cielo.
È un incanto, questi specchi puliti, nettati, non più lordati dagli occidentali crucci. Ladies and gentlemen va descritto il naturale, sotterraneo movimento molecolare, che rende possibile il curarsi della verde poltiglia che bava e sbava. Distratto, la superficie genera sorpresa se battuta nel tatto, nel movimento tattile il crac del tasto rende possibile l’ingenerosa richiesta della velocità. Tutto qui si misura, eppure tutto sprofonda nell’incommensurabile. È un movimento così trascendente che dubito perfino i paradossi zenoidei, dubito ergo sub. Si rifiuta sempre quando l’affermazione è meno profonda del detto, è semplice, l’ousia è troppo lontana da cogliersi nella sua variabile stasi e allora, il tremendo meneghino, emiratino, nazionalino, italianino, tutti i crismi della ricchezza patriota, della folle divisione, del capitale che genera i suoi tentacoli e schiaccia e succhia la linfa interdipendente si dispiegano e vogliono il loro placet. Date il benvenuto alla nuova Ford, ma è già passata e non ce ne siamo accorti. In questi vetri del Burj Khalifa si riflettono tutte le ere delle umanità, tutti i principi sono lasciati all’antitradizionalismo della battuta succulenta, al vibrare incosciente sulle cineree ciglia dell’emiratino. Si riflettono anch’esse e chiedono la loro parte, il loro passepartout sulla realtà. Mica si può schivare l’iperreale, credevo fosse già successo, di trovarsi in una bolla d’aria e sentire il respiro a tono con le fontane; se lo credevo allora è già stato, sicuro, non posso negare che non sia stato. L’evento non si converte, non conosce permutazioni e in quanto tale come orizzontalità, pura pensabilità, è già avvenuto. Non c’è riscatto, nel momento in cui giro l’asse terrestre ritrovo gli stessi passi, ostaggi di cavernicoli, paleolitico superiore, da Lascaux a noi: Ecce Homo e la sua potenza divenuta carne, corpo cristico, l’unione è già avvenuta. Il sottosuolo qui ha dato i denari, sembra una parodia, mi chiedo in forse cos’è? Ed hic sunt grida, angoscia e febbre, l’uomo delle caverne platonico-dostoievskiano, nessuno lo sente più; se l’iperrealtà è questa, il menù è solo all’antipasto della cena, il ritorno è una spinta in avanti, gli acceleratori di Berlino, Ginevra, Torino, tutti all’unisono non trovano una molecola che non sia già capitolata.
Quando capitolò l’umanità? Quando si rese autonoma dalla propria coscienza e la pensò dentro di sé. Mettiamola così. L’avarizia, l’usura. Nell’esperienza secolare tutti i mali dell’uomo sono diventati davvero mali, malum, malati, da sanatorio. Signor Settembrini, venga a processo, avanzi, mi dica la sua verità! Vecchio suonatore d’organetto, non si ricorda più gli occhi chirghisi? Non si ricorda che volgevo l’oriente in speranza vana, non si ricorda delle mine?; vecchio zoppo e sminato, ci hai preso nella rete della libertà, eh, anche tu, capitolato. L’ipersfera, s’accresce e dilata fino a non più sopportabile divenire, interrompe il corso, l’America, l’Ovest, è crollato il tetto del mondo e noi c’eravamo già arrivati, ricchi di nostalgia come il cane ricordante il suo assassino, l’aquila, l’avvoltoio. Impressi, anche i denari son fatti di vetro, si vedono gli status, saturano gli States. Paradosso bizzarro e superfluo del visuale: Tommaso capovolto: chi più ha più vede smaterializzandosi, è un incremento della vista quello in cui si naviga (è la seconda navigazione, la prima non l’abbiamo mai compiuta, perciò). Ritornano e s’impalmano questi dollarucci, spioni del mercato, vero Panopticon in cui perdersi; è facile guardare attraverso un clic, senza corpo: capitolare dopo l’ennesima ingestione di grog. E Gog e Magog tutti quanti a bere il grog. Tanto Finnegans dormirà e le acque delle palme, Palm Spring, mi bagnano, acida saliva, putritudine sterile e poststoria, a noi, Noi, inerti spettatori della già avvenuta finalità.
(finito di scrivere nel novembre 2023, da Gabriele Abate, durante un viaggio aereo, Fly Emirates, Roma-Dubai)


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