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Le donne che leggono sono pericolose

[Massimo Gatta, Breve storia della bibliofilia femminile (XIV–XXI secolo), Graphe.it edizioni, Perugia 2025]

Una parva scintilla accende davvero un incendio, visto che ogni lettura è incandescente, e le dita fremono incendiarie al contatto con il libro. Così si apre Breve storia della bibliofilia femminile (XIV–XXI secolo) di Massimo Gatta, edito da Graphe.it edizioni nel 2025 con prefazione di Hans Tuzzi e uno scritto di Carmen Verde: un piccolo libro che ha l’ambizione, e la grazia, di riordinare secoli di memoria invisibile, di letture negate o dimenticate, di dame di libri, o dame bibliofile,  cancellate dalla storia ufficiale della cultura.

Tuzzi, con consueta e colta  ironia, rovescia il pregiudizio secolare secondo cui ‘leggere come una donna’ significherebbe leggere senza comprendere. Nella sua prefazione, che risuona come una piccola genealogia delle lettrici dipinte e dimenticate, egli evoca la Madonna di Antonello da Messina, la Vergine di Lorenzo Costa, le donne di Lotto, Roussel e Hall, fino alle moderne figure di Dejneka: donne che leggono come gesto di libertà, resistenza, e silenziosa disobbedienza. “Le donne che leggono fanno paura”, scrive, perché ogni lettura autentica è sovversiva. E non posso che essere d’accordo. E credo anche qualsiasi lettore, o si spera, callida lettrice.

A questo registro dialogico si affianca la pagina intensissima di Carmen Verde, Lettrici notturne, che trasforma un quadro minore in meditazione metafisica: la lettrice addormentata di Mario Praz, colta nel momento in cui il libro scivola dalle mani, diventa icona del morire leggendo, del confondersi di vita e testo. Morire da lettore, scrive Verde, è una vocazione: un’estasi che unisce la finitudine e la gioia.

Ma il cuore del volume è il saggio di Gatta, che con rigore da bibliologo (uno dei più importanti in Italia!) e sensibilità umanistica ricostruisce la storia, o meglio, la controstoria — della bibliofilia femminile: dalle Madonne che leggono del Rinascimento ai Libri d’Ore di Eleonora d’Aquitania e Jeanne d’Évreux, dalle tipografe e rilegatrici del Cinquecento alle collezioniste e studiose del Novecento. Ogni esempio è accompagnato da un ricchissimo apparato di fonti, immagini e riferimenti, che rendono il testo una vera galleria di lettrici e di mani che hanno sfiorato gli incandescenti testi, spesso di pregio e con finissima rilegatura, nei secoli.

Il saggio rivela anche un paradosso: in pittura, le lettrici abbondano; nella storiografia del libro, quasi scompaiono. Gatta colma questa assenza mostrando come la bibliofilia, da sempre declinata al maschile, sia invece pienamente condivisa o addirittura soprattutto femminile: le donne, scrive, hanno amato i libri per sé, li hanno custoditi, rilegati, trasmessi. Una cupiditas librorum che è anche desiderio di conoscenza, libertà e autorità simbolica e sociale.

Infine, la scrittura è tersa, arguta, mai accademica. Ogni pagina mostra una cura per il dettaglio e una coscienza letteraria che rendono questo libro, di fatto, una piccola opera d’arte editoriale.

In un tempo in cui, come ricorda Gatta, l’Italia è ‘prima in Europa per analfabetismo funzionale, Breve storia della bibliofilia femminile diventa un atto di amore e di memoria: una difesa della cultura come spazio condiviso, e un omaggio a tutte le donne che, leggendo, hanno reso il mondo meno ignorante, più libero e più bello.



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