[L. Messinese, Emanuele severino, il destino e il mortale, Feltrinelli, Milano 2025]
Severino è la grande eredità con cui dobbiamo fare i conti, sicuramente uno dei più grandi filosofi del Novecento. Il volume di Leonardo Messinese dedicato a Emanuele Severino, per Feltrinelli, nella collana Eredi, di recente pubblicazione, ha il compito di presentare il filosofo bresciano, in maniera densa, nitida e ordinata. Allo scritto si accompagna una precisa presa di posizione teoretica: non serve commentare filologicamente Severino ma dialogare con i suoi testi, ovverosia con un autore che radicalmente, nel Novecento, ha tentato di pensare l’immutabilità dell’essere e l’eternità di ogni essente. La struttura del testo riflette questo doppio movimento: da un lato, l’esposizione sistematica delle tappe del pensiero severiniano, dalla critica del nichilismo occidentale alle pagine mature su Destino della Necessità, e dall’altro, un gesto meditativo, quasi liturgico, che accompagna il lettore lungo il sentiero del disvelamento.
Messinese procede con precisione filologica balzandosa e grande partecipazione interiore, attraversando il pensiero di Severino come quello di un amico. Il testo si articola in capitoli che, più che sezioni di un manuale, somigliano, perciò, a stazioni di un cammino, un ideale golgota dove passiamo dall’origine greca del nichilismo, alla dimenticanza dell’essere, la svolta parmenidea, l’eternità come redenzione dal nulla. Il filo conduttore è la ricostruzione dell’Occidente come storia del divenire, ossia come lenta e implacabile negazione dell’eterno. Severino, secondo Messinese, rappresenta la soglia in cui questa storia si ripiega su se stessa, riconoscendo che il suo cuore pulsante è proprio la follia del nulla. Nel commentare Severino, Messinese mostra come la nozione di eternità non sia un tema teologico o un’eredità metafisica, ma una condizione ontologica primaria: nulla può provenire dal nulla, e nulla può tornare al nulla. Semplice. Questo principio, che nella tradizione occidentale è stato progressivamente tradito, da Platone che fa oscillare l’ente e il non-ente, nientificando l’ente, diventa in Severino il fulcro di una rivoluzione copernicana: ogni essente è eterno, e il divenire è soltanto l’apparire e lo scomparire degli eterni nel cerchio della manifestazione.
Messinese legge questo gesto come un atto di resistenza contro il nichilismo tecnico e contro l’interpretazione economica dell’essere. L’eternità non è un’idea immobile ma una vibrazione, in fondo, che impedisce al mondo di dissolversi nell’indifferenza. Essa custodisce la dignità di ogni cosa: dal frammento più umile all’intero cosmo. Insomma, per dirla con un’ovvietà, pensare l’eterno significa pensare la salvezza del senso.
Ora, il libro di Messinese non si limita a spiegare Severino, lo situa all’interno della lunga vicenda del pensiero occidentale, mostrando come il suo discorso rappresenti insieme la fine e il compimento della metafisica. Severino, erede di Parmenide, ma anche di Hegel e Nietzsche, porta alla luce ciò che l’Occidente ha sempre occultato: che il divenire, in quanto negazione dell’essere, è impossibile. Il destino della verità consiste nel riconoscere che ogni ente è in sé eterno e che la storia umana, tecnologica, politica e religiosa è il dramma di questa folle obliazione, o obnubilamento.
Per quanto riguarda lo stile, Messinese scrive con equilibrio, senza abbandonarsi né all’adorazione né alla confutazione, il suo stile è sorvegliato, sobrio, ma sempre attraversato da un fervore teoretico. In lui si sente l’urgenza di restituire alla filosofia una voce che non ceda alla banalizzazione accademica, e che riconosca nella parola di Severino un evento del pensiero, non una dogmatica dottrinale.
Quindi, c’è in questo libro una tonalità quasi musicale, che Messinese conserva anche quando il tema si fa arduo. La prosa si muove con lentezza, evitando il linguaggio tecnico superfluo, e lascia emergere l’eco della parola severiniana, facendone risuonare terminologia e linguaggio. L’eternità, in fondo, non si argomenta, si ascolta. Così il lettore è condotto non tanto a capire Severino, quanto a sostare nel suo linguaggio. Bisogna lasciarsi avvolgere dal suo ritmo, dal gesto che interrompe il tempo e rivela la permanenza di ogni cosa.
Infine, la forza del libro di Messinese sta nel restituire Severino come un pensatore vivente, capace di interrogare l’epoca della tecnica e dell’intelligenza artificiale. Nel momento in cui tutto diventa transitorio, liquido, performativo, la tesi severiniana dell’eternità di ogni essente è davvero anacronistica quanto essenziale. E forse, non si tratta di un ritorno all’immobilità, ma di un’apertura a una certa stabilità soteriologica che salva..
In questa direzione, il libro di Messinese non è solo un saggio introduttivo su Severino, piuttosto pare molto più vicino ad un atto di fedeltà alla filosofia come ricerca del non effimero. E il tempo, Cronos, grande divoratore indulgerà verso il peccato di un pensiero che nell’eternità, e nella segretezza, si risolve in tradizionale rivolta.


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