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Dante e il visibile parlare, o dell’Ars illuminandi.

[E.Orsi, Codici illustrati della Commedia, un percorso critico del Novecento, Pisa University Press, 2025]

C’è, in fondo, un desiderio d’immagine che attraversa la Commedia, come una febbre. L’occhio dantesco è un occhio che non sa riposare, continuamente vede, ricrea, fissa, illumina, alluma. E il lavoro di Elisa Orsi, limpido, rigoroso, cristallino, si installa esattamente in questo punto di de visione Dei, il visibile si accompagna a un paratesto invisibile e perciò meraviglioso. Codici illustrati della Commedia è un viaggio. Il poema viene sviscerato nella sua memoria visiva, svolgendosi in una storia delle sue miniature e delle loro interpretazioni, ma il libro è anche, e a maggior diritto, un saggio di metodo, un tentativo di leggere Dante con entrambi gli occhi aperti, in parallasse e diplopia. Dante pittore della lingua.

Dal primo Novecento, interamente all’interno del magistero crociano, dove l’immagine è ancora allotria, fastidiosa e ancillare, fino agli Illuminated Manuscripts di Brieger, Meiss e Singleton del 1969, Orsi ricostruisce il lento spostamento di visione che ha condotto la dantistica a riconoscere nel manoscritto miniato non un semplice corredo estetico, ma una forma di pensiero commentuale, una sorta di commento figurato. Ogni miniatura, ogni codice, diventa così atto critico, lettura incarnata.
Perciò, l’itinerario di Orsi non è soltanto storiografico, piuttosto mi pare sia un gesto archeologico, una volontà di mappatura delle tensioni disciplinari novecentesche, di linee che si intrecciano fra Croce e Auerbach, fra Contini e Singleton. Come nei commenti miniati trecenteschi, il testo principale e le sue glosse si rispondono, si rilanciano, si rispecchiano vedendosi diplopicamente.

Il merito più grande di questo volume, di novissima pubblicazione, sta forse nell’aver restituito alla visualità dantesca la sua dimensione epistemica. Vedere è comprendere, scriveva Artaud, e la citazione posta in epigrafe, nessuno ha mai scritto o dipinto… se non per uscire dall’inferno, suona qui come un motto metodologico, anche calviniano, certo, perché non tutto è inferno e il Virgilio visuale evocato da Orsi ci porta almeno ad un limbo purgatoriale. Studiare la Commedia illustrata diventa, nelle pagine di Orsi, un modo di uscire dal dogma del testo puro, di riaprire la parola dantesca al suo spazio figurale, di leggere la tradizione come un continuo montaggio di sguardi e risguardi, pagine e risvolti.
Ciò che ne risulta è una critica per immagini, avveduta ed affascinante, che riconosce nei codici miniati non solo documenti d’epoca ma dispositivi cognitivi essenziali alla lettura del poema. Orsi scrive da una soglia intermediale, nel secolo XXI dove la filologia diventa semiotica e la miniatura teoria dello sguardo. E non è un caso che la conclusione coincida con la stagione del digital turn, in cui l’antico codice miniato trova la propria prosecuzione nei database, nelle piattaforme ipermediali, nelle costellazioni di pixel che rifanno la geografia visiva del poema. Si pensi ai videogiochi come Dante’s Inferno et similia, alle graphic novel, ai siti, a tutto quello che ruota attorno, pixelandolo, all’immaginario dantesco.

Libro necessario, non lo so, forse, sicuramente però libro di gusto, libro d’arte perché mostra come la dantistica possa ancora generare nuovi immaginari. Insomma, in queste pagine, Dante non è soltanto il poeta dei cerchi e dei cieli, ma il primo sperimentatore di una teoria delle immagini mentali, e le miniature che lo accompagnano, come piccole glosse, diventano la sua eco visiva, la sua memoria esterna, la sua seconda Commedia.



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