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Il tema libero é il vuoto, o la biblioteca e il cimitero.

[A. Zambra, Tema libero, Sellerio, Palermo 2025]

Zambra è uno scrittore cileno. Ed è tipico dei cileni trovarsi in luoghi o non-luoghi, spesso aeroporti o sale d’aspetto, a ciarlare di amenità letterarie con occhi acquosi e tristi. Tipico dei cileni ricordare più Bolaño che Pinochet, più Allende, Gabriela Mistral, Neruda che la giunta militare che li ha governati per lungo tempo. Tipico dei cileni trasformare la grande storia monumentale in barzelletta, in un contarsi agli amici fole letterarie svuotando bicchieri di Pisco.
Insomma, Zambra è uno scrittore cileno, e non potrebbe non esserlo. È comico, leggero, simpatico, a tratti nostalgico, spesso inquieto e in viaggio da adolescente scapigliato. Il suo nuovo volume saggistico, Tema libero (Sellerio, 2025), è allora una peregrinatio, un itinerario errante attorno ai temi della scrittura, della lettura e delle biblioteche (con in aggiunta qualche racconto inedito). E sentire parlare un cileno, anzi, una delle voci più note e importanti della letteratura latinoamericana contemporanea, del proprio processo di composizione testuale è davvero bello e formativo, anche per gli scrittori ancora in erba o in fasce.

Si inizia con due conferenze, di una decina d’anni fa, una alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Cile e l’altra presso l’Università Diego Portales, in occasione del seminario ¿Qué leer? ¿Cómo leer?
Zambra dice agli studenti che si è scelto Lettere, o che la maggior parte ha scelto Lettere, per poter leggere e scrivere e nulla più (al massimo per scampare ad altri destini più infausti ma parentalmente indicati, come quello medico o giuridico). Riabilita la categoria di intrattenimento, dicendo che un testo prima di tutto deve divertire il lettore; poi, magari, anche farlo pensare, ma prima il gioco, la ludendi causa. E osserva come gli strumenti di scrittura cambino completamente il lavoro di chi scrive. Una cosa è scrivere in bella su carta, un’altra farlo sulle note del telefonino (come sto facendo io adesso).
Il tono è ironico, serioso, burlesco, ma anche tanto, tanto depresso. Il senso di superiorità del letterato viene sentito al pari del senso di nullità delle proprie opere, e nella terza conferenza, più recente, durante un ciclo dedicato a Roberto Bolaño, il tema della libertà, o meglio, della libertà di poter scrivere ciò che si vuole, viene visto come un vuoto costitutivo, come un punto dove l’autore non cessa di gettarsi, nascondersi e sparire. Perché, in fondo, il tema non lo si ha mai, ma si è in balia di questo significante che continua a slittare, producendo una catena di inferenze potenzialmente infinita. E abbiamo paura degli scrittori di professione, Mario Vargas Llosa tra tutti, sempre precisi, puntuali, implacabili. Quando invece noi siamo approssimativi, pinocchieschi, donchisciotteschi e senza metodo.

Quanta inconcludenza, quanti sospiri. Zambra poi preferisce, nella seconda sezione, non risciacquare i panni in Arno e consegnare, senza adeguata politura testuale, dei testi falliti al lettore. La sezione si intitola Panni stesi. Vi si trova perfino una triste storia di un lenzuolo. Romanzi abortiti, conversazioni spuntate, voglia di parlare fino all’ora in cui avrebbero liberato i cani e ci sarebbe toccato scappare, ubriachi, scavalcando la volta celeste. Piangiamo, ridiamo, prendiamo appunti: insomma, ci mettiamo in posa nel grande teatro del mondo, consapevoli di abitare in un cimitero, le nostre biblioteche. E del resto, chi è arrivato fin qui avrà notato che sono terribilmente depresso. La chiosa fulminante ai falliti tentativi di stabilire un criterio di ordinamento per una mole di libri che sovrasta lo scrittore fa sentire, all’autore, la disforia tra le proprie possibilità e l’intero orizzonte enciclopedico.

Zambra ha l’ossessione, come tutti, di incendiare, in un olocausto espiatorio, la propria biblioteca, e fuggire per le strade, altrove, ovunque, ma non tra le carte. Eppure non lo fa, e nessuno di noi riesce a compiere un gesto salvifico di tale portata.
Siamo quindi condannati a scomparire dal mondo empirico, e a lasciare un posto vuoto su una rigida e scomoda sediolina di legno, davanti a un foglio di appunti, presi per noia e disinteresse. Trovando, così, forse, dall’altra parte, Zambra, Bolaño e Borges, ad attenderci in sogno, nei loro giardini o nelle loro splendide e polverose, infinite, babeliche biblioteche.
(Accidenti, mi ero ripromesso di non citare Borges. Maledizione! Che possa essere maledetto!)



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