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Tibullo engagé? Una nuova rilettura.

[Piergiuseppe Pandolfo, Tra elegia e principato: un’interpretazione di Tibullo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2025]

Tibullo è il poeta dell’ozio, un oblomoviano prestato ai campi, con il desiderio di vivere appartato e solingo a pascere capre e potare viti. Antonio La Penna interpreta l’opera del corpus tibulliano come una meditatio lirica, agreste e sognatore, eppure nella sua lettura, risalente agli anni Ottanta, inizia a scricchiolare l’edificio di un Tibullo completamente negato al negotium e alla politica imperiale augustea. Ecco, allora il latinista Piergiuseppe Pandolfo percorre tutto lo status quaestionis del Tibullo politico o impolitico e giunge sulla scia di La Penna alle medesime conclusioni, se non più radicalizzate: Tibullo è poeta di corte, la sua attività poetica è silenziosa propaganda di regime.

Ora è chiaro che un’interpretazione così del poeta Tibullo è scandalosa, a dir poco, almeno rispetto alle incrostazioni scolastiche che hanno contornato la figura del grande elegiaco. Eppure tale lettura viene giustificata, è attenta, i dati testuali ci sono e sono evidenti, il circolo di Messalla Corvino (mecenate funambolico e stravagante) in fondo è in piena consonanza con le politiche di ritorno alla terra proclamate dall’impero. Il nucleo ideologico del principato viene così visto non solo nelle sue manifestazioni più evidenti, roboanti e conclamate, ma nei piccoli dettagli di un poeta che faceva vanto di poter vivere in maniera completamente apolitica e fuori dal consorzio sociale. Tibullo, riletto da Pandolfo, non è il letterato del contentus vivere parvo, ma quello silenziosamente impegnato nell’opera capillare di glorificazione delle campagne romane, con una pseudo-avversione tiepida e mai frontale ad Augusto.

Il libro è magistrale, e Pandolfo è schietto, ha gioco facile, e riesce con grande abilità a districarsi nella selva delle interpretazioni tibulliane auspicando perfino una riedizione critica del Corpus tibullianum che sarebbe un miglioramento di quella di Luck, a suo dire carente rispetto ai recentiores italici. Bisognerà allora chiedersi, what Tibullus wrote, in futuro per restituire delle lezioni testuali più vicine all’archetipo e alla tradizione. Bisognerà fare fuori o tenere come sfondo le facili amenità del poeta rusticus e pastor e individuare, secondo l’autore, nella determinazione politica del testo un’istanza dirimente rispetto alle spinose questioni filologiche. Così il rusticari tibulliano viene interpretato in un libro che non sfugge ad asprezze storicistiche e pedanti nessi pericopei, risultando comunque nel complesso gustoso, valido e innovativo.

Infine, l’ultima parte del volume è dedicata a Properzio, o al poeta di Cinzia versus il poeta di Delia, mostrando così che l’integrazione silenziosa di Tibullo abbia giocato parallelamente all’integrazione manifesta di Properzio, come un Giano bifronte di un regime propagandistico e imperiale. Infine, e davvero infine, vi si trova anche una riflessione sul patronato e sui riflessi immanenti di esso nella produzione letteraria, ed è il luogo in cui Pandolfo fa proposte, accumula dati, in maniera briosa ed efficace. Dunque, diremmo un testo per soli addetti ai lavori, non so, sicuramente un bel libro, importante, che segna nuove tappe filologiche nella ricezione del poeta schivo e solitario, Tibullo.



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