[G. Lupia e G. Statti, Le erbe di San Francesco di Paola, Rubettino, Soveria Mannelli 2024]
La devozione popolare per San Francesco di Paola è sconfinata, intensa, importante. Il santo calabrese fu una figura decisiva all’interno dell’umanesimo europeo, con il ruolo a Tours, al vertice della diplomazia francese, dissuase Carlo VIII dalle presente dinastiche sul Regno di Napoli e pratico una politica di mediazione, umiltà e dialogo. Tuttavia, Francesco di Paola non era un politico ma un’eremita o come spesso accusato, un erbarolo, un taumaturgo. Villano e rustico, Francesco aveva una lunghissima frequentazione e conoscenza con i giardini, le piante curative, i rimedi fitologici, e ne faceva larghissimo uso. Addirittura Francesco proclamava l’astensione dalle carni e derivati, configurandosi come un protovegano che aveva, oltre alla preghiera, la missione di portare la salute nel corpi e la grande salute nello spirito. Si è detto che con Francesco si sentiva realmente il profumo della paglia di Betlemme, la sofferenza, le privazioni (che non sono tali perché non arrecano sofferenza spirituale) di una vita veramente evangelica.
Bene, Giovanni Paolo XXIII lo nomino nel 1962, con la breve Lumen Calabriae, patrono della Calabria. Ed è bello pensare a questo monaco, questa figura gigante e bellissima, che con umiltà curava i malati attraverso le proprie raffinatissime conoscenze botaniche, affratellandosi a Ildegarda di Bingen e alla scuola salernitana. E allora, in Le erbe di San Francesco di Paola (Rubettino, 2024), Carmine Lupia e Giancarlo Statti sentono l’esigenza di un dialogo tra i progressi scientifici dell’etnobotanica contemporanea e la figura di Francesco. Perché Francesco, dicono gli autori, in fondo è filosofo, medico e uomo di scienze ed è con questi criteri che bisogna leggere l’opera evangelico-curativa del santo paolano. Il volume è stupendo, ricchissimo di illustrazioni fitografiche sulle piante usate dal santo, ad esempio c’è il coriandolo che veniva usato per curare la febbre, e l’assenzio, la menta e la liquirizia che miscelati assieme curavano i dolori di stomaco. Ogni pianta, dalla bambacia allo zenzero, viene corredata di riscontro scientifico ed uso da parte di Francesco, oltre ad una rigorosa classificazione fitomorfica. I ciceri, le fave, il garofano, la genestra, la cannella vengono inseriti nella tradizione fitologica calabrese, ed è incredibile davvero la conoscenza curativa che Francesco ne aveva di ognuna.
Come se il servitium caritatis non potesse che passare dal mondo vegetale, e verrebbe allora da dire, in conclusione, ciò che le vecchiette paolane cantano durante gli inni: oi chi bellu santu che è chissu.


Lascia un commento