[M. Soranzo, Il giardino del Cielo: arredo floreale e liturgia, Àncora editrice, Milano 2025]
Ogni grande filosofia, una volta saldato il debito, se da saldare, con l’ontoteleologia, forse, aspira a diventare ancilla sapientiae, o ancilla theologiae. È naturale, soprattutto riguardando l’Uno, il principio, la protologia, cercare, attraverso una caccia furiosa, di raggiungere una vetta della contemplazione. Allora spesso i pensieri più intricati si risolvono in preghiera e lamenti davanti alle porte del paradiso, si leggano in proposito gli Esercizi sul cristianesimo di Kierkegaard.
Insomma, c’è una vertigine, che la ragione non conosce, della quale non ha prensibilità o visione, che viene toccata solo all’interno di un’atmosfera liturgica, sacra, cerimoniale. Tutte le grandi filosofie debbono, prima o poi, risolversi in teologie. Ora, nella tradizione occidentale, quella alla quale apparteniamo, volenti o nolenti, Dio è onnipresente. Moribondo, forse, sì, ma onnipresente. E le Chiese, come aule liturgiche dove si celebra il mistero di un invisibile non opposto al visibile, restano il luogo ultimo dove avviene la sacratio, il passaggio dalla filosofia al sophos, dal dubbio alla fede. Quando avvenga questo preciso momento di passaggio, linea di confine, margine inattingibile e kairotico, beh, è davvero difficile dirlo. Si può solo indicare, deitticamente, e frequentare, per quanto possibile, laicamente, i luoghi sacri, respirando aria di grazia e gioia piena (1Gv 1,1-4).
Però, se si frequentano chiese, altari e messe (e se si è sensibili alla bellezza, non si può non farlo), ci si accorge che la cerimonia cultuale non è data così, bella e pronta, ma fatta di pratiche quotidiane di uomini e donne che provano a vivere, con semplicità, il messaggio evangelico. Così il cerimoniale liturgico risulta sempre uguale e sempre diverso, identiche parole e diverse cadenze o colori o luoghi o partecipanti. Identità e differenza. Ma la vita, liturgicamente intesa, risulterebbe vanagloriosa e povera, se non pensata nei termini prefigurativi del giardino celeste, il paradeisos. E il giardino è fatto di fiori, frutti, delizie. Allora perché non deliziare anche il momento liturgico-prefigurativo, con ornamenti, stoffe pregiate, e fiori, fiori in grande quantità, ma non disposti casualmente.
Ecco il libro dell’architetto liturgico Micaela Soranzo (Il Giardino del Cielo: arredo floreale e liturgia, Àncora editrice, 2025), è precisissimo nel descrivere l’arte di disporre i fiori nello spazio celebrativo. Valenza teologica dello spazio, ars celebrandi, atmosfere di bellezza: tutte create grazie all’utilizzo di un’adeguata disposizione floreale. Perché la disciplina dei sacramenti ci dice che l’ornato deve essere degno, bello, segno e simbolo delle realtà celesti. Al centro della celebratio, naturalmente, vi sono i tempi dell’anno liturgico, in particolare i tempi forti di Avvento-Natale e Quaresima-Pasqua, con le loro variazioni: ad esempio, grandi fiori colorati per l’estate (girasoli, margherite, ortensie, dalie, ecc.), belle foglie dorate per l’autunno (quercia, faggio, castagno, ecc.) e agrifoglio o rami di bacche rosse per Natale. Attraverso un’arte di armonizzare che, lasciando dietro di sé i vuoti formalismi, dispone forme, colori e profumi, Soranzo ci guida nel mestiere del decoratore liturgico. Richiama, perciò, l’intera normativa ecclesiastica sull’uso dei fiori, dall’Ordinamento Generale del Messale Romano alle note pastorali CEI. Ci riporta un dibattito sicuramente interessante, tra due riviste e due modi di intendere la decorazione florale, sull’uso dei fiori freschi o dei fiori finti (di carta, seta, stoffa ecc.).
Soranzo percorre così l’intero anno liturgico attraverso i fiori, ne snocciola i valori simbolici e allegorici, e fa consonare il tutto con citazioni fitomorfiche dalla Bibbia.
Per non parlare della prima parte, in cui viene ripercorsa l’intera storia delle decorazioni floreali negli edifici di culto, non solo cristiani, dalla grotta di Shanidar in Iraq, risalente al Paleolitico, fino all’arte contemporanea. Insomma, nel complesso, risulta un libro davvero gradevole, grazioso, non riservato solo ai sacerdoti o agli specialisti dei lavori ecclesiali, che ha anche il merito di riabilitare un vecchio proverbio troppo spesso frainteso: non fiori ma opere di bene. Diremmo, piuttosto, opere di bene sì ma anche fiori, anzi l’opera di bene è un fiore.


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