A cura di Riccardo Magnelli
[J. Derrida, Spettri di Marx, Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, nuova ed., Raffaello Cortina Editore, Milano 2025]
In questo 2025 si è verificato un evento che per noi bibliofili e appassionati di filosofia non può certo passare inosservato. Stiamo parlando della ristampa di uno dei capolavori di Jacques Derrida: Spettri di Marx[1].
Questa nuova edizione è arricchita da un dibattito inedito del filosofo franco-algerino tenutosi al Collège international de Philosophie il 1° febbraio del 1994.
All’interno di questo dibattito, ci sembra particolarmente importante la chiarificazione di cosa l’autore francese intendesse con l’espressione di «nuova Internazionale». Con questa espressione, Derrida ci invita alla decostruzione come ad un compito da attuare in maniera pratica, e a non intendere, quindi, la decostruzione come un mero esercizio speculativo, salvaguardato nella sua purezza teoretica all’interno dell’accademia.
La pratica decostruttiva di una «nuova Internazionale», oggi, si rivela più urgente che mai: la decostruzione del diritto internazionale è già in atto, effettivamente, attraverso la tragedia della guerra e la questione dei confini. Problemi che mettono in luce, purtroppo, l’insufficienza delle istituzioni internazionali.
La «nuova Internazionale» deve sfruttare questa decostruzione effettiva, per ripensare non solo i concetti che fondano l’assioma del diritto internazionale, ma anche quei concetti tradizionali, ereditati dalla modernità, quali lo Stato, la nazione, la sovranità, la democrazia, e così via.
La «nuova Internazionale» è il consorzio di tutte quelle forze della debolezza e dello sconforto davanti allo stato di cose presenti; queste forze non aspirano ad uno Stato globale, ma pretendono giustizia e un «uguaglianza tra singolarità».
Un’uguaglianza eterogenea, un’uguaglianza che preservi l’alterità irriducibile dei soggetti.
Giustizia che eccede il diritto positivo. Uguaglianza diversa dall’uguaglianza giuridica.
Spettri di Marx è un’opera rivolta proprio a noi. A noi europei ed esseri umani post-storici. Essa è un appello alla responsabilità della realizzazione di una promessa ereditata di giustizia.
Eredità e promessa sono i significanti intorno ai quali Derrida costruisce il suo libro.
Eredità e promessa manifestano quella dimensione in cui compare il fantasma o, come forse sarebbe meglio dire, appaiono gli spettri. Gli spettri perché, come vedremo, ve n’è sempre più di uno.
Attraverso un’arguta analisi dell’ Amleto di Shakespeare, il filosofo franco-algerino desume una maniera della temporalità che il fantasma raffigura attraverso la sua silhouette evanescente: una temporalità dissestata.
Lo spettro appare in un adesso, eppure non possiamo asserire la sua presenza piena in un tempo semplicemente presente. Lo spettro è un revenant, comincia sempre con il ri-venire. Altresì, non possiamo affermare l’appartenenza dello spettro alla dimensione temporale di un passato presente, nel senso fenomenologico agostiniano, perché egli annuncia ingiungendo un a-venire non riducibile ad un futuro di cui abbiamo un’immagine fenomenologicamente presente.
La prima edizione di Spettri di Marx venne pubblicata a 4 anni di distanza dall’evento epocale della caduta del muro di Berlino. Come ben sappiamo, questo evento inaugurò il crollo dei regimi socialisti in Europa e l’apparente trionfo della democrazia liberale.
Da questo evento in poi, si è venuto a formare un certo discorso dominante rimasto ad oggi immutato nella sua forma. Questo discorso dichiara trionfante la morte del comunismo e relega Marx ad un passato ormai andato. Un passato reciso da qualsiasi rapporto con il tempo presente.
Discorso ripetuto in maniera ossessiva. Tale discorso in bocca a chi ha interesse oggi a conservare l’ordine neo-liberista, assomiglia più ad uno spergiuro. Sì, è proprio uno spergiuro, una formula magica atta a scongiurare il ritorno del morto attraverso il suo corpo spettrale.
L’esperienza conclusa in Europa del socialismo totalitarista di stampo sovietico non esaurisce di certo gli orizzonti del pensiero marxiano. E sono proprio questi orizzonti, di cui siamo eredi, gli spettri di Marx. In particolare, quel messianico senza messianismo, cioè senza un telos regolativo, quella promessa di redenzione terrena attraverso una giustizia da realizzarsi a-venire, nei confronti delle generazioni passate. Tale giustizia è anche una responsabilità nei riguardi delle generazioni future.
I neo-evangelisti del Capitale possono celebrare il movimento dello Spirito come buona novella della democrazia liberale e della Fine della Storia. Eppure, la buona-novella può essere buona solo a patto di rimuovere dalla narrazione ufficiale quelle piaghe che l’ordine neo-capitalista porta con sé. Stiamo parlando della disoccupazione, dell’esclusione degli homeless dalla partecipazione alla vita democratica, delle guerre economiche tra gli Stati anche alleati, dell’incapacità di far fronte alle contraddizioni prodotte dal libero mercato, dell’aggravarsi del debito estero e di tutti i meccanismi simili portatori di disperazione a una grande parte dell’umanità, delle guerre interetniche, del potere indelebile e iper-efficace squisitamente capitalista delle mafie, etc.
Spettri di Marx non è solo un’esortazione a pensare e ripensare l’eredità del filosofo di Treviri, ma anche un invito a raccogliere l’eredità della riflessione etico-politica di Derrida, la quale rivela un movimento dello Spirito che si accompagna con i suoi spettri, passati e a-venire. E ci richiama alla responsabilità della giustizia. Perché: «nessun progresso consente di ignorare che mai, in cifra assoluta, mai così tanti uomini, donne e bambini sono stati asserviti, affamati o sterminati sulla terra»[2].
Riccardo Magnelli

[1] La prima edizione francese risale al 1993. In Italia venne pubblicata l’anno successivo.
[2] J. Derrida, Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, tr. it. G. Chiuruzzi e A. Romani, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994.
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