[Jean Panahi, un semplice incidente, 2025]
A volte capita che degli animali, spauriti e randagi, attraversino la strada. Così un’auto a tutta velocità li può tirare sotto, e chi s’è visto s’è visto; non vi sono soccorsi in questi casi e, onestamente, non credo che esista una legge (ma non so) che persegua il pirata stradale, spesso involontario. Tuttavia, un incidente come questo, semplice, non voluto, può portare a gravi conseguenze. Jafar Panahi, sceneggiatore iraniano, mette in scena il riconoscimento e la persecuzione che spetta a chi, per sbaglio, uccide un animale che attraversa la strada. Un povero cane viene ucciso e il colpevole perseguitato in virtù di un probabile scambio di persona. L’autista infatti viene equivocato con Gamba Lesta o Gamba Secca, capo di un’organizzazione o movimento che tortura, con una brutalità inaudita, i lavoratori in nome del martirio superiore, della shaaria e dell’integralismo islamico. Ora, un povero padre di famiglia viene rapito, seppellito nel deserto da uno sconosciuto, graziato solo dall’incertezza finale di quest’ultimo rispetto alla vera identità del carnefice, e lasciato in un limbo di dubbi e ipotesi all’interno di una cassa di metallo in un furgone vagante nella suburbanità di Teheran.
Poi, il regista persiano è abilissimo a creare un climax di intensità e paura, nel quale la fiducia reciproca talvolta scricchiola, e in un crescendo dialogico ci dà giustizia della vendetta che assilla il protagonista, Vahid, meccanico, che crede di aver riconosciuto il proprio carnefice giunto nell’officina dove lavora a causa di un semplice incidente, fortuito, con un cane. Insomma, un film cupo… no, forse no, non direi: forse più un film in cui l’umanità si scopre, come sempre nei capolavori, messa a nudo nei suoi bisogni primordiali: sangue, amore e vendetta. Vahid viene chiamato pitale dagli amici, perché sta sempre con una mano sui reni, per cercare di lenire un dolore immendicabile dato dai calci ricevuti in carcere dal suo torturatore. Gli altri personaggi, aiutanti o alleati di Vahid, coinvolti rocambolescamente nel rapimento, sono davvero ben caratterizzati, freschi, a tutto tondo. Forse solo da sottolineare la stereotipia arbitraria dei doppiatori italiani che pare indulgano in una modulazione vocalica che solo nei film, e non nella vita reale, può trovare spazio. Ma piccole cose: il film di per sé è gradevolissimo, e si aggiudica meritatamente la Palma d’oro della 75ª edizione del Festival di Cannes.
A fare da sfondo, o da fondale alla messa in scena, quasi documentaristica (Jafar Panahi in passato ci ha molto abituato all’autoprodotto e all’homemade anche e soprattutto per ragioni politiche), c’è Teheran. E questo non fa che chiedere, all’ingenuo spettatore, un grande approfondimento della tradizione filmica iraniana, per sapere se quei luoghi, specie e caratteri ritornino o siano una novità completa da parte di Panahi. Perché la Persia, il mondo arabo tutto, ma la Persia e il suo alfabeto in maniera particolare, è una cosa stilisticamente meravigliosa, e dopo la visione di questo film avrà il dovere di perseguitarci nelle sue immagini, nella sua storia e nella sua triste contemporaneità.


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