[A. Calvisi, Neopentamerone, déclic edizioni, Perugia 2025]
Beh, mi restano ancora tante cose da raccontare, se non morirò troppo presto, e la cosa mi rassicura, mi consola, e mi inquieta. Per raccontare storie bisogna averle vissute, questo insegna l’empirismo d’accatto.
Tuttavia, non è sempre così, credo, ad esempio Manganelli era assai esperto soprattutto nelle cose che non esistono. Allora le storie si possono inventare, creare, e tutti i materiali di partenza vanno bene. Le riviste di costume come Oggi e Sorrisi e Canzoni, il numero omaggio di Trenitalia (con lo speciale per i 75 anni di Verdone e il suo bel faccione in copertina), i depliant, i biglietti da visita, i volantini (non ti dimenticare i volantini!! Quelli del Brico soprattutto, che è un’atmosfera iniziatica fatta di lavoratori solinghi e instancabili aggiustatutto). E ancora e ancora, ce ne sono di storie da raccontare.
Ecco, Angelo Calvisi, dopo una bella sbornia di TV spazzatura e quotidiani di quart’ordine, scrive di piccole storie raccolte da una piccola unità d’archivio Ubaldo/Arnaldo, sul modello de Lo cunto de li cunti di Basile e il Decameron. Ad esempio qui si narra di: morti strane e intermezzi apocalittici; vite avventurose di persone che comunque sono morte; fughe d’Egitto; esempi di zelo e professionalità.
Ed è davvero divertente il tutto, simpatico, ameno, scherzoso, insomma senza pretese. Questo Neopentamerone (Déclic edizioni, 2025) si legge come un Novella 2000, e sprizza gioia, frivolezza e un po’ di straniante inquietudine. Insomma Calvisi rammenda vite, come Baroncelli, con brio e spirito ilare, usando un raffinato gioco/pastiche citazionista attraverso l’espediente dell’ufficio catalogatorio anonimo. Che poi anonimo non è: si chiamano tutti Ubaldo, o Arnaldo, ed è l’effetto di autore che convocano con questo nome, fittizio. Infatti lo possiamo chiamare anche il Trippa, o il Muto, o il Voce e tanto altro. Ubaldo, l’uomo che racconta storie, ha infiniti attributi, come Hermes, e fa slittare i significanti da una storia all’altra con una piacevolezza e velocità davvero interessante.
Tutti vorremmo sapere delle vite di Amerigo Vespucci, Donato Bilancia, Giovanni Paolo I, II e IV, e tutte quelle persone avventurose che alla fine comunque sono morte, qui R.I.P., ciao, ci vediamo dall’altra parte. E lo vorremmo sapere soprattutto di mercoledì, come oggi, che lo so, ad Asti è un giorno buono per crepare o prendere in giro i gonzi, ma in treno per il Veneto è più il giorno in cui immaginiamo le storie di altri, credendole tutte, tutte, più interessanti della propria.
PS: mi riservo di leggere ancora qualcosa di Angelo Calvisi, fratello digressivo (e chissà quanti altri siamo!!)


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