[Madga Inari, Non anima viva, STC Edizioni, Roma 2025]
Ci sono romanzi che non bussano, restano sull’uscio, immobili, come se temessero di entrare davvero nelle case e negli sguardi di chi legge. Non anima viva appartiene a questa categoria di libri che si posizionano in una soglia, un atrio, come suggerisce la collana che lo accoglie, dove il mondo resta in sospeso e le voci si fanno più nitide proprio perché non gridate. Magda Inari, pseudonimo costruito, piccolo enigma, firma un testo che parla a bassa voce ma incide come un graffio sul vetro: netto, irregolare, impossibile da ignorare.
Siamo nel Trapanese, ma potremmo essere in qualsiasi luogo dove la terra s’inaridisce, le case si sbrecciano e le famiglie somigliano più a un recinto che a un rifugio. Claudia ed Elvira, le due sorelle adolescenti al centro della storia, si muovono in questo spazio polveroso con una grazia involontaria, come animali giovani che ancora non conoscono del tutto il proprio corpo. La madre è fuggita, forse per stanchezza, forse per follia, forse per un impulso più antico della ragione; il padre, presenza intermittente e inerme, si limita a esistere. Il resto lo fa la comunità, uno stormo di occhi e bocche che giudica, compatta, sorveglia.
Inari costruisce un romanzo di formazione alla rovescia, come se crescere significasse disimparare le regole invece che apprenderle. Le ragazze si muovono in una quotidianità fatta di lavatrici che tremano come bestie in gabbia, cene preparate in fretta, stanze che portano ancora l’odore di una donna scomparsa. La scrittura affida a Claudia la voce che racconta: un timbro sottile, lucidissimo, che sembra aver imparato presto la differenza tra ciò che si può dire e ciò che, per sopravvivere, conviene tacere.
È un romanzo di corpi: quelli sfiniti delle madri, quelli crescenti delle figlie, quelli ingombranti dei maschi di famiglia, che Inari tratteggia con una precisione quasi entomologica. Il patriarcato qui non è una struttura astratta, ma un modo di respirare, di sedersi, di occupare una stanza. I personaggi maschili sono goffi, prepotenti, a volte patetici, spesso pericolosi; non cattivi in senso teatrale, ma saturi di un potere che non sanno nominare e che scivola loro addosso come una pelle troppo vecchia.
La scrittura è asciutta ma non misera, poetica senza vezzi. C’è una musicalità minima, fatta di frasi che sembrano spezzarsi e poi ricomporsi un attimo prima di cadere. E c’è una Sicilia non è mai decorativa ma sostanza narrativa, ventre che apre e trattiene, geografia morale che pesa sulle ragazze più dei giudizi dei parenti. Il tempo del romanzo coincide con un anno: un ciclo che inizia nella scomparsa e termina in un’altra forma di addio, più consapevole, più feroce.
Uno dei nuclei più forti del libro è il rapporto tra colpa e eredità. E vi invito a scoprirlo. Per lo non parlare delle bellissime illustrazioni. Comunque affronta il tràdito Inari lo affronta con una frase che ritorna come una sentenza antica: «Le colpe delle madri ricadevano sempre sulle figlie»


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