[E. Marra, Corpi dispensabili: la frontiera sperimentale e la sperimentazione alla frontiera, Orthotes, Napoli-Milano 2025]
Emilia Marra firma uno dei contributi più potenti e teoricamente raffinati della filosofia italiana contemporanea. Il libro attraversa, con una lucidità che non concede tregua, la storia lunga della sperimentazione sul corpo: dal moribondo ippocratico al condannato a morte, dagli internamenti moderni ai techno-borders del presente, fino alla soglia estrema in cui l’algoritmo diventa il nuovo dispositivo di selezione, esclusione, profilazione.
Marra costruisce questo itinerario, molto bene, e con grande brio e libertà con un gesto profondamente foucaultiano, vale a dire genealogico, minuzioso, attento a come poteri e saperi plasmiano la vita. Ma allo stesso tempo la sua impostazione è decisamente deleuziana, forse anche di più: la frontiera non è più una linea, ma un diagramma; il corpo non è più una sostanza, ma una superficie di modulazione, un luogo in cui si depositano forze che attraversano l’epoca.
Il concetto-chiave del volume, il corpo dispensabile, appartiene esattamente a questa logica. La categoria non è un universale astratto ma è in grado di illuminare una continuità storica inquietante, che lega tre figure della sperimentazione: chi conduce l’esperimento, chi ne beneficia e chi lo subisce. Quest’ultima figura, il corpo sacrificabile, sostituibile, sperimentabile , attraversa tutta la storia della medicina e della politica, assumendo forme sempre nuove e inquietanti. È il moribondo su cui tutto è lecito, è il criminale già morto civilmente, è l’internato, il folle, il vagabondo, è il migrante contemporaneo, trasformato in laboratorio vivente delle tecnologie di controllo.
Marra mostra come ogni epoca abbia ridefinito il proprio corpo dispensabile, ma mantenendo inalterato il principio, ovverosia: c’è sempre un segmento di umanità su cui il potere può sperimentare ciò che non oserebbe sugli altri. L’“eccezione”, parola che ha un pedigree illustre nella filosofia contemporanea, ritorna più volte, e diventa così il motore che autorizza l’aumento progressivo dell’interventismo, dell’estrazione di valore, della violenza legittimata.
Il punto più brillante dell’analisi è forse la nozione di “frontiera sperimentale”. La frontiera, infatti, non è più una linea geografica: è diventata un dispositivo tecnologico che si installa sul corpo stesso. I dati biometrici, le tecnologie di emotion detection, le macchine di riconoscimento vocale, i sistemi automatici di analisi della credibilità trasformano la vita in informazione, il corpo in dato, il migrante in prototipo. La frontiera, scrive Marra, è ormai “tatuata sul corpo”, il confine è interno al soggetto, e l’algoritmo ne è l’amministratore.
Qui il pensiero di Marra incrocia in maniera originale Foucault e il capitalismo della sorveglianza analizzato da Shoshana Zuboff. Se la biopolitica governa la vita, il potere strumentario governa i dati, prevedendo e orientando i comportamenti attraverso la loro estrazione continua. Il migrante diventa così l’avanguardia, o meglio, il banco di prova, del nuovo regime algoritmico. Ciò che oggi si sperimenta su di lui, domani si estenderà alla popolazione tutta.
Lo snodo giuridico è cruciale e Marra mostra come la combinazione tra AI Act europeo e nuovo Patto migrazione-asilo crei un vero e proprio stato di eccezione digitale, in cui le vite non pienamente riconosciute possono essere sottoposte a procedure ad “alto rischio” che, altrove, sarebbero proibite. Ne deriva una sottrazione ulteriore di diritti, in particolare il diritto alla protezione del corpo e dei dati, si tratta di un nuovo sequestro, questa volta non del corpo materiale, ma di quello digitale.
Il libro si chiude con una tesi forte e necessaria, cioè i corpi dispensabili non sono soltanto vittime espropriate. Sono indicatori anticipatori, sintomi. La frontiera sperimentale è un laboratorio che non resterà confinato ai margini, come accaduto nella storia della medicina. Ciò che si sperimenta oggi sui corpi di minor valore, diventerà domani procedura ordinaria.
L’ultimo gesto teorico del volume, il confronto implicito con il principio dell’habeas corpus, colpisce con precisione chirurgica e anche qui molto inquietante, la società tecnologica ha superato la soglia che proteggeva l’individuo dall’arbitrio del potere. Il corpo, ridotto a dato, è nuovamente esposto alla sperimentazione. E la frontiera, lungi dal proteggere, espone i soggetti vulnerabili a una violenza algoritmica sempre più raffinata.
Il merito di Emilia Marra è duplice: da un lato, offre una grande ricostruzione storica; dall’altro, propone una categoria nuova e fondamentale per interpretare il presente. Corpi dispensabili è un libro che andrebbe letto non solo da filosofi e giuristi, ma da chiunque voglia comprendere come la tecnologia stia ridisegnando il confine tra umanità e potere. Un testo necessario, coraggioso e teoreticamente brillante. Uno dei contributi più importanti per comprendere la nostra epoca di confini mobili, vite esposte e algoritmi che decidono chi merita di essere umano (sempre che essere umano sia una cosa buona oggi).


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