[L. San Pietro, Festa con casuario, Sellerio, Palermo 2025]
Ci sono libri che non descrivono una festa ma ne in imitano il tono, i movimenti interni. Festa con casuario di Leonardo San Pietro appartiene a questa specie narrativa minore e agilissima, fatta di dialoghi che rimbalzano addosso ai personaggi come luci stroboscopiche, di teoria improvvisata, di chiacchiere al confine tra confessione e cazzeggio, di un’oralità sorvegliata che sembra il vero luogo dell’opera. È un romanzo che procede per frasi interrotte, per episodi minimi, per piccoli fulmini di senso immediatamente rimangiati dal tono ironico che tiene tutto in sospensione.
La festa del titolo, più che un ambiente, è un dispositivo spazio-limite dove i personaggi, Luc, Pelle, e i loro satelliti, oscillano tra un’intelligenza fulminea e una goffa incapacità di prendersi sul serio. San Pietro scrive come se stesse registrando una conversazione, lasciando che la forma stessa dell’oralità diventi materia narrativa. Non c’è realismo, non c’è morale, forse c’è una micro-fenomenologia della notte, una cartografia delle posture, dei tic verbali, delle micro-decisioni che fanno una persona più di qualsiasi retrostoria.
Il casuario, animale impossibile, falso totem, comico e perturbante, entra in scena come indice di deviazione. È il dettaglio che incrina il quadro, il punto in cui la notte si slaccia da sé e ammette la propria assurdità. È anche un modo per dire che la festa non coincide con ciò che accade, ma con ciò che eccede, ovverosia lo sfasamento, il rumore, la frase sbagliata al momento sbagliato (beh, io sono un campione in questo).
Fin qui, il libro funziona. Funziona benissimo. Ma proprio questa brillantezza dialogica, però, è al tempo stesso la sua forza e il suo limite. La prosa resta così concentrata sul ritmo delle voci da sacrificare qualsiasi forma o abbellimento stilistico ulteriore. Il romanzo è sterile, la notte non si apre mai davvero, resta un loop affascinante ma chiuso, autoreferenziale. È come se San Pietro avesse paura di spingere oltre il proprio dispositivo, di lasciare che la festa sprofondi in qualcosa di più rischioso, non lo so, tipo una crepa emotiva, un eccesso, una verità che non sia solo laterale.
Insomma il romanzo avrebbe beneficiato sicuramente di una maggiore variazione tonale, perché la sopresa è controllata e c’è un sentimento di falsità che aleggia. Insomma, posso dire un buon romanzo, niente di che, giusto per una lettura veloce sul tram.


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