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La teofania è vino buono, appunti dal margine del Kairós.

[P. Sequeri, Addio a Dio? Sul Dio vivente, Centro Ambrosiano, Milano 2025]

C’è un’aria strana in questo libro, un’aria da “piccola istruzione”, da cabotaggio minimo: come se la teologia, oggi, avesse perso il fiato lungo e si accontentasse di nuotare a riva, senza più pretendere l’oceano. Addio a Dio? è così. Una sommessa grammatica del presente, un tentativo di abitare il kairós quando il tempo è diventato impermeabile al divino e la domanda su Dio suona come un reperto museale.

Sequeri parte da un’intuizione semplice: non abbiamo smesso di credere; abbiamo smesso di percepire. La cultura della fede non è crollata per un’argomentazione, ma per erosione sensibile, una angoscia spirituale che non sa più dove appoggiarsi. E qui il libro ha un merito, ricordare che la fede, prima che dogma, è un’impresa cognitiva e al tempo stesso un gesto affettivo, una sapienza del cuore capace di mostrare, non dimostrare, il Dio vivente.

Accenni bellissimi sulla dimostrazione affettiva, un tema che avrebbe meritato cento pagine, non dieci righe. Ma il libro procede come se il pensiero fosse costretto a non disturbare, insomma tocchi, sondaggi, piccole fenditure. Sequeri sa che la teologia si è lasciata sequestrare da un magistero osservante, da una normatività che ha trasformato la ricerca del vero in manutenzione del già noto. Eppure, non osa davvero liberarsene.

Il capitolo sulla novità di Nicea è forse il più forte e il più incompiuto. Si dice che il Dio cristiano non è solitario, che l’eterno generare del Figlio apre la vita divina a un dinamismo interno di relazione. Ma la domanda, la vera domanda, resta inevasa: e se Dio fosse invece troppo solo? se la pericoresi fosse, sotto la veste relazionale, un godimento autoreferenziale, un’auto-affezione assoluta? Qui Sequeri non vuole andare, Nicea per lui è un vincolo, non una ferita e me ne dispiaccio.

Eppure il lasciato inevaso di Nicea pesa.
Lo sanno i Padri, lo sapevano gli gnostici più intelligenti, la questione della interiorità divina è vertiginosa. Su questo Sequeri scivola, peccato, liquida la tentazione gnostica come una posa elitaria, una distrazione spirituale. Ma è una lettura ingenua. La gnosi non fu affatto la seduzione di pochi asceti eccitati: fu la più radicale sfida speculativa alla giovane Chiesa, il laboratorio concettuale che obbligò i Padri a pensare l’Unità e la Differenza nell’Assoluto.

Il tema del Nome di Dio, impronunciabile e non predicativo, è trattato con timidezza ecclesiale, il problema della sua compatibilità cristologica è solo sfiorato. Il Nome che non si dice e il Verbo che si fa carne costituiscono il nodo, e Sequeri non lo stringe davvero. Qui servirebbe un approccio più radicale, più vicino all’ontologia negativa o alla semiotica del sacro, tuttavia ma il libro resta prudente.

Bellissimo invece ciò che scrive su intercessione e maestri. La fede non vive senza trasmissione, senza coloro che ce la porgono come grazia, come stile, come forma di vita. La funzione consolatoria del limite, una formula che in qualsiasi altro libro suonerebbe paternalistica, qui diventa un varco, la finitezza non come condanna, ma come felicità simbolica proveniente da Dio (peccato che poi però Dio sia infinito in atto). È uno dei passaggi più riusciti, un ritorno a una spiritualità non moralistica, quasi esicasmica. L’uscita dall’ego ha luogo nel cuore, preghiera del cuore, onfaloscopia, ascolto del respiro che si unisce al Nome. Per un attimo la teologia respira sul serio.

Ma poi torna la cautela.

Il capitolo su Anselmo è ricco ma troppo ortodosso. L’unum argumentum non è solo l’argomento ontologico, è la prima forma di una ontologia affettiva della perfezione. “Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore” è prima di tutto un colpo al cuore, una ferita estetica dell’intelletto. Qui Sequeri avrebbe potuto rischiare di più, il Dio come mistero della felicità perfetta apre una strada che lui stesso sembra non voler percorrere fino in fondo.

Le pagine sulla teofania sono splendide. “La teofania è un vino buono”, ecco il Sequeri migliore, quello che rompe la teologia scolastica e restituisce al divino un contatto, un con-tatto. Essere toccati da Dio. Non convincersi, non dedurre, ma essere sfiorati.

Il problema del libro è che ogni intuizione alta viene subito ricondotta all’ordine. Come se Sequeri temesse che troppa libertà spezzasse l’equilibrio ecclesiale.
Ed è per questo che la critica del giudizio, pur necessaria, resta sospesa. Sequeri sa bene che il giudizio, inteso come misura morale, uccide il divino. Ma non arriva a vedere ciò che Artaud e Deleuze hanno mostrato con crudeltà, che il giudizio di Dio è l’origine stessa della teodicea, il suo aborto permanente.

Il finale, con il tema degli intercessori, delle “occasioni della grazia”, dei maestri che continuano il filo quando il testo si interrompe, è un gesto bello e sincero. Ma resta un finale sospeso, come se il libro stesso fosse un grande kairos non abitato fino in fondo, un pensiero che arriva sul bordo e si ferma.

In definitiva, Addio a Dio? è un libro importante, ma non decisivo. È un testo che apre porte, ma non osa attraversarle.
È una teologia che parla del Dio vivente, ma che non si lascia veramente ferire da Lui.



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