[A. Marroni, Cristina Campo. L’ambasciatrice mondana di regni non mondani, Mimesis, Milano-Udine 2025]
C’è un punto, nella vita e nell’opera di Cristina Campo, in cui tutte le linee si spezzano e si ricongiungono, ed è difficile da vivere così, il punto limite, la malattia, la perfezione, l’ascesi, la scrittura, la liturgia, l’ostinazione dei segreti. Aldo Marroni, nel suo volume, tenta di cartografare questo nodo, e lo fa con una finezza notevole, soprattutto là dove mette in tensione malattia, spirito e disciplina interiore. Ma ciò che il libro illumina davvero è il gesto che Campo stessa chiama regno dei non domabili. Per comprenderla, infatti, bisogna tornare al saggio capitale Il flauto e il tappeto, dove la scrittrice stabilisce la sua vera antropologia spirituale: i non-domabili sono gli esseri refrattari alla mondanità, i custodi dell’invisibile, coloro che non possono essere piegati né dalla società né dal progresso.
Marroni lavora molto bene sul tema della malattia come luogo teoretico. Non più opposta alla salute, ma sua sporgenza, sua eccedenza: messaggio da decifrare tra lotte di angeli bianchi e neri, come scrive Campo nelle lettere a Mita. L’autore illumina giustamente la genealogia mistica di questa posizione, Simone Weil e la sua idea della malattia come amore divino; Pascal e la preghiera sul buon uso delle malattie; la psicologia junghiana che legge l’interiorità come campo dinamico e non come rifugio. La malattia, in Campo, non è un incidente né un limite, ma la condizione stessa dell’empirico.
Altro punto forte del libro è la scrittura come pratica ascetica. Scrittura uguale esercizio, continuo, liturgico, perenne. Campo lo dice senza veli: vorrei scrivere poesie e piango per la debolezza, oppure lavoro anche con quaranta di febbre. La scrittura è, per lei, ciò che impedisce alla potenza interiore di disintegrare il soggetto, la centratura. È terapia, come in Borel, è automatismo dello spirito, come in Clérambault, è arma, come in Heidegger. Marroni mostra bene questo intreccio, accostando Campo a Blanchot e Zambrano, cioè la parola come pericolo, come fondazione del mondo, autofondazione, luogo dove l’impossibile prende forma senza essere addomesticato.
Ma è con Il flauto e il tappeto che si apre il fiore Campo. Qui Campo definisce la categoria centrale della sua opera: i Non Domabili. Non sono figure letterarie, sono una civiltà parallela, una genealogia sotterranea di santi, poeti, erranti, asceti, folli, anime per cui il mondo non può tollerare i non-domabili, ma non può fare a meno di loro. Individui eccezionali? Non lo so, forse i più fessi, i più stupidi di tutti; sono i custodi del significato, coloro che resistono al potere livellante dell’ovvio. Campo li riconosce ovunque, io ancora non ci riesco… lei li vede nell’attenzione come forma sacra, nella disciplina interiore, nel rifiuto dell’efficienza, nella difesa del segreto. È questo il centro di Cristina Campo. Ed è ciò che Marroni sfiora.
Poi poi poi, la perfezione, in Campo, è rituale. È un’etica della forma che non obbedisce alla mondanità, ma alla sua sottrazione. Ogni parola deve essere un atto. Ogni gesto, un’offerta. Marroni coglie molto bene questo aspetto, ma avrebbe potuto mostrarne con maggiore radicalità il tratto insubordinato, ovverosia la perfezione come disobbedienza spirituale, ordine metastabile ed apparente.
Insomma, il limite del libro è chiaro, Marroni comprende Campo, ma la rispetta troppo, è troppo nella posizione munere mortis. Non rischia mai di incrinare il suo mito. La malattia come rivelazione è reale, ma è anche distruzione, ed è ciò che la uccide, diciamolo chiaramente, senza mitizzare il malato. I non-domabili non sono una metafora, ma una ferocia, un modo di stare al mondo contro il mondo. Campo non è una scrittrice angelica, ma donna infera, indomabile, centrata con l’universo, preghiera in scrittura.
Certo, il volume resta una delle letture più solide e intelligenti su Cristina Campo, perché è colto, preciso, mai superficiale. Ma passare la soglia è difficile, e Campo è sicuramente una guardiana della soglia, verso la quale ammaestrarci con riguardo (si ricordino le sue lotte verso il Vaticano II), la più bella prosatrice di sempre, che come un attore No si dà tutta sulla scena, come un fiore, e poi si spegne, si eclissa e muore in solitudine, come bene ricorda il sensibile Ceronetti nella prefazione agli Indomabili, il grande libro della mistica italiana.
ps: anche nel titolo, perchè un’ambasciatrice? continuo a dirla ambasciatore, continuo a dirla scrittore e non scrittrice, non solo perchè non mi importa nulla del genere, ma anche perchè i grandi sono ermafroditi, ermetici, fuori dall’umano e fuori dalle differenze maschile-femminile perchè per eccesso o per difetto li hanno entrambi. Lo scrittore Campo, si dice così, stop, il resto conta poco.

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