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Processare l’animalità

[C. D’Addosio, Bestie delinquenti, Le Lucerne, Milano 2025]

Che il diritto contemporaneo sia una forza e una forma biopolitica, di vita e di morte, sull’umano, lo sappiamo. Ma che il diritto inerisca anche gli animali, le bestie e non solo l’animot, il vivente parlante chiamato uomo, questo è sorprendente. Bestie delinquenti di Carlo D’Addosio si insinua come una piccola crepa nella nostra coscienza giuridica, e io penso che il suo fascino derivi proprio da questa capacità di incrinare ciò che credevamo ovvio. Non è un semplice repertorio di processi ad animali, è un esperimento, un laboratorio giuridico che continua da secoli; quasi un’allegoria involontaria, su cosa significhi giudicare.

Forse la forza più sorprendente del libro sta nel suo tono serio. D’Addosio non ride mai degli uomini che impiccano tori o bruciano porci colpevoli di infanticidio, non ironizza, non strizza l’occhio al lettore, non alleggerisce. È proprio questa severità a produrre lo spaesamento, l’unheimlich: in un mondo che punisce gli animali come se fossero persone, siamo costretti a chiederci cosa sia davvero una persona, cosa sia la colpa (su questo è molto importante il libro di Arianna Brunori, Imputazione e colpa, l’invenzione della volontà, per Quodlibet, del quale maledettamente ho perso il cartaceo, altrimenti ne scriverei volentieri) e soprattutto cosa sia un “atto” quando a commetterlo è un corpo non umano. E soprattutto, quanto di tutto questo resista ancora oggi sotto le nostre forme apparentemente moderne del diritto.

Io penso che D’Addosio abbia intuito qualcosa di radicale: la punizione è un dispositivo che non ha bisogno della volontà del soggetto punito. Funziona comunque, ubiquitario. Agisce comunque. Per questo l’animale è un banco di prova perfetto, non parla, non si difende, non ha una mens rea da ricostruire. E tuttavia viene giudicato, condannato, giustiziato. Questo forse rivela, molto più di quanto vorremmo ammettere, il carattere performativo del diritto penale, ovverosia esso non cerca la verità, ma un equilibrio sociale, un modo per espellere ciò che inquieta le pubbliche coscienze.

Dunque, il libro non si limita a collezionare aneddoti medievali ma li organizza come una contro-storia della responsabilità. Il Medioevo punisce gli animali perché li considera in qualche modo simili a noi; il Seicento e il Settecento smettono di farlo perché li riducono a macchine; l’Ottocento positivista li riporta dentro il discorso penalistico come casi-limite che destabilizzano la stessa idea di libero arbitrio. A me sembra che, con una lucidità sorprendente, D’Addosio usi i processi agli animali come strumento per smascherare la retorica della criminologia contemporanea. Se il delitto è un fenomeno naturale, allora anche la bestia delinque. E se la bestia delinque, allora l’intero edificio della colpa umana vacilla.

Molti dei casi raccontati hanno qualcosa di allucinatorio, e fanno davvero ridere quanto riflettere: mandrie imprigionate come complici, cavalli giudicati da parlamenti sovrani, troie processate con la stessa solennità riservata agli uomini. Ma è proprio l’allucinazione, la portata allucinatoria dei processi, che rende il libro necessario. Cioè, forse, attraverso questi esempi estremi, D’Addosio ci costringe a guardare il meccanismo giudiziario nella sua nudità: un insieme di gesti, formule, riti che si applicano indifferentemente all’uomo e all’animale, perché ciò che conta non è il soggetto ma la funzione simbolica della pena.

E forse la cosa più curiosa e perturbante che emerge dal libro è questa: in alcuni processi civili contro insetti devastatori, come i bruchi o le locuste, il giudice non solo nominava un procuratore e un avvocato difensore per gli animali, ma arrivava perfino ad assegnare loro un terreno alternativo dove trasferirsi, come se davvero potessero comprenderne i confini e rispettarne i limiti. Gli insetti citati in giudizio, difesi da un avvocato umano, poi sfrattati, fisicamente deterritorializzati, con un atto formale, sono una delle immagini più vertiginose di tutto il volume. Non perché sia ridicola, ma perché mostra fino a che punto il diritto, quando è portato alle estreme conseguenze, si trasforma in teatro metafisico, in rito simbolico, in finzione che però organizza il reale, anzi lo costruisce, trascendendo spesso la sfera della vita immanente, della vita che vive.

E qui, a completare il quadro, mi sembra doveroso dire due parole sulla prefazione contemporanea e sui saggi che accompagnano questa nuova edizione. La prefazione di Giada Bernardi funziona come dispositivo interpretativo che riporta immediatamente il libro nel presente, ricordandoci quanto le logiche di imputazione, di colpa e di proiezione punitiva agiscano ancora oggi sugli animali cosiddetti “problematici”.

Allo stesso modo, il saggio introduttivo di Brenno Bianchi funziona come lente critica, ricostruisce i nessi con Lombroso, Garofalo, la Scuola Positiva, mostrando come Bestie delinquenti sia nato in un clima culturale febbrile, attraversato da teorie deterministiche. A me sembra che questi contributi contemporanei restituiscano alla figura di D’Addosio un peso intellettuale che in vita non ebbe, come spesso accade agli autori che scrivono in anticipo sul proprio tempo.

Ed è qui che emerge un altro elemento fondamentale, che classificherebbe l’intero volume come dotto esotismo, senza i saggi e la contestualizzazione, ovvero che la pubblicazione originale è del 1892, fine Ottocento, in un’Italia che non aveva ancora del tutto metabolizzato né l’unità politica né la modernità scientifica. È un periodo in cui l’evoluzionismo stava ridisegnando la gerarchia tra uomo e animale, e in cui il diritto penale cercava nuovi fondamenti. Perciò, più che squalificarlo penso che proprio questa collocazione storica spieghi la potenza del libro. Bestie delinquenti appartiene a un secolo strano, che credeva di comprendere finalmente l’uomo, e D’Addosio, quasi in contropiede, mostra che è impossibile comprendere l’uomo senza guardare le sue ombre, i suoi riflessi, le sue proiezioni immaginifiche ed immaginarie sugli “animali”.



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