[M. Nucci, Platone. Una storia d’amore, Feltrinelli, Milano 2025]
Prima di tutto, smettiamola di chiamarlo “Platone” come se fosse nato così.
Il suo vero nome era Aristocle, Plátōn è un soprannome: larghe spalle, grande torace, corpo da lottatore. Chi dice che fosse un ciccione raffinato ha i suoi argomenti; chi lo immagina un atleta scolpito, un proto-giga-chad, pure. Ma il punto non è questo, il punto è che Aristocle era più grande del suo corpo, l’eccesso fisico si intrecciava con un’eccedenza mentale.
Aveva in una tasca l’Oriente e nell’altra l’Occidente. E a vent’anni, appena vent’anni, gli uccidono Socrate. Tutto quello che viene dopo è un’onda lunga, una risposta al maestro, un tentativo di capire come si possa pensare dopo che il pensiero è stato condotto a morte. Perciò viaggia, fonda scuole, parla in assemblea, si ritrae, ritorna. Si fa cane, cinico, ironico, matematico, dialettico, metafisico. È il filosofo che inventa e vive.
Whitehead, che non era uno scemo, lo dice bene, tutta la filosofia occidentale è una nota a piè di pagina ai dialoghi di Platone.
Ora, nel mercato editoriale normale si pubblica per vendere, nel gesto di Nucci, forse no. É il suo Platone. Una storia d’amore è una contro-operazione dialettica, cioè un romanzo filosofico che non sfrutta Platone, ma si offre, come nudo, a Platone.
È perciò penso sia anche un libricino gustoso, vivo, intensissimo, e soprattutto coraggioso, perché prova a ricostruire l’anima di Aristocle non con il lessico dei professoroni ma con quello dell’eros. E la cosa sorprendente è che funziona perché senti frinire le cicale lungo il Pireo, vedi i colori di Atene, percepisci il vento del IV secolo, entri nei desideri del giovane Platone, un ragazzo ferito, affamato, inquieto.
Perciò è un libro perfetto per le scuole, e non per la solita retorica del “leggibile” ma perché educa all’immaginazione storica, che oggi manca come l’acqua.
E qui, per me, si apre la parte più bella.
Perché Platone non è solo Platone, è la risonanza, il risuonare tematico di una filosofica che é Uno, che attraversa secoli e trova nei suoi eredi il suo vero destino e c’è qualcosa nei platonismi successivi, nella tradizione, nei commentatori, nei filosofi, nei mistici, che continua sempre a vibrare di eros.
Bene, per concludere Nucci non si limita a raccontare Platone, restituisce anche ai suoi maestri ed amici (soprattutto amici, la filosofia nasce con l’amico…) quello che gli hanno dato. Giannantoni che, in una sala di lettura, apre un volumetto azzurrino della Bibliotheca Oxoniensis e comincia a leggere il Gorgia in greco antico (wow!); Chiaradonna, con le sue ricerche sul platonismo tardo-antico, e il suo Platone plurale, stratificato, indomabile; Centrone e la potenza logico-dialettica-chirurgica dei dialoghi.
Tutti modi di dire lo stesso, cioè che Platone non finisce mai. E che alla fine resta l’amore perché tutte le storie sono storie d’amore, e le storie d’amore, quelle vere, non finiscono mai.


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