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La più grande storia mai raccontata

[F. Capra, Il Tao della fisica. Un’indagine sulle analogie tra la fisica moderna e il misticismo orientale, Aboca edizioni, Sansepolcro 2025]

a cura di Davide Nudo

Cosa rimane della visione armonica tra fisica e misticismo orientale a cinquant’anni dalla pubblicazione de Il Tao della Fisica? Moltissimo, specie se si va a vedere com’è l’impianto euristico odierno delle scienze dure.

Il primo fondamentale mutamento riguardò la vita personale dell’autore. Con il tempo egli abbracciò sempre più idee ambientaliste ed ecologiche, naturale conseguenza delle riflessioni poste nella sua opera, in particolar modo negli ultimi capitoli. A ciò si aggiunsero ulteriori approfondimenti sul pensiero daoista che lo portarono a scrivere altri lavori incentrati sulla necessità di integrare, non solo nella fisica, una visione più olistica rispetto a quella riduzionista del secolo scorso.

Tale è il trend attuale della fisica. Dopo un periodo di magra, guarda caso in coincidenza con le crisi economiche degli anni Ottanta del XX secolo, l’intero panorama scientifico ha progressivamente indirizzato la propria ricerca verso modelli più relazionali. Ne abbiamo un chiaro esempio tra i divulgatori nostrani, come dimostrato ne L’Ordine del Tempo di Carlo Rovelli. Qui la figura di Śiva Naṭarāja ritorna per rimarcare il complesso “danzare” del tempo relativistico: un processo continuo di dilatazione e restringimento che richiama il ciclo distruzione–creazione della fisica delle particelle a cui Capra collegava, con forza suggestiva, il mito hindu.

Ci sarebbe tanto da dire, specie in un’ottica filosofica, su alcuni punti deboli della trattazione di Capra a proposito dei parallelismi tra fisica e misticismo orientale: egli sembra infatti dimenticare una secolare e consolidata tradizione europea sull’indagine del rapporto tra conoscenza scientifica e esperienza mistica.

Per citare alcune carrellate di nomi abbiamo, in ordine sparso: Meister Eckhart, Cusano, Spinoza, Bergson, Whitehead, Eraclito. E, in una certa misura, anche la dicotomia Heidegger–Husserl si affaccia alla questione, benché in ambiti e termini totalmente diversi. Il parallelismo più importante è sicuramente con Carl Jung e Teilhard de Chardin sulla necessità del dialogo evolutivo e spirituale della scienza nel simbolismo mistico. In questa linea si inserisce la visione di Capra che, in puro spirito pragmatista, tratta l’esperienza mistica come una legittima forma di conoscenza, rivelandosi erede dell’opera di William James.

Eppure tutti questi autori, i quali in un modo o nell’altro vengono citati o sottintesi nell’opera, non avrebbero nulla da ridire riguardo a una mancata ontologia rigorosa. Il punto è altrove: è corretta la visione dell’autore nell’indirizzare la critica sul piano epistemologico verso il modello cartesiano, e rimane valida la sua non-necessità di confrontarsi con la tradizione filosofica occidentale, che ai nostri occhi apparirebbe più rigorosa, formale e sistematica.

L’obiettivo di Capra non è quello di sostituire il paradigma scientifico con una rivoluzione, come auspicato più volte nei lavori di Thomas Kuhn. È piuttosto la ricerca di una media res tra due visioni mondane perfettamente indipendenti e tuttavia ineluttabilmente interconnesse. Il suo lavoro, che, come egli stesso afferma, ha ispirato non solo scienziati e filosofi ma anche persone al di fuori del mondo accademico, racconta una storia di progressiva evoluzione spirituale. Una storia che prende forma all’interno di una disciplina che, negli anni di pubblicazione del volume, aveva sì un approccio fortemente determinista e riduzionista, ma che non per questo ha impedito una naturale ed elegante “virata” verso una concezione complementarista e fondata sulle relazioni più che sulle sostanze. E questo lascito è indubbiamente il manifesto scientifico e spirituale che dovremmo tenere a mente in questo periodo storico.



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