[si può vedere la conferenza completa qui: https://www.youtube.com/live/7QMHh3kMG74?si=OQkAzAq_JIqt_GIO%5D
“Care signore e cari signori!
Nel ricevere il Premio Nobel per la Letteratura 2025, inizialmente desideravo condividere con voi alcune riflessioni sul tema della speranza, ma poiché le mie scorte di speranza si sono definitivamente esaurite, parlerò invece degli angeli.
I.
Cammino avanti e indietro e sto pensando agli angeli, anche adesso sto camminando avanti e indietro; non credete ai vostri occhi – può sembrarvi che io sia qui fermo, a parlare in un microfono, ma non è così: in realtà cammino in tondo, da un angolo all’altro, e poi di nuovo indietro da dove ero partito, e così via, avanti e indietro, e sì, penso agli angeli; agli angeli, e subito posso rivelare che si tratta di una nuova specie di angeli, angeli che non hanno ali, e dunque, per esempio, non c’è più bisogno di speculare su come, se due ali spuntano dalla schiena di questi angeli, anzi, se queste due ali enormi si aprono così pesantemente oltre i loro mantelli, che tipo di lavoro debba mai fare il loro sarto celeste, quale conoscenza sconosciuta arrivi nella sua bottega lassù mentre li veste; le due ali sono fuori, naturalmente, sono fuori dal corpo incorporeo, ma allora dove mettono quelle ali al di fuori di quel corpo-incorporeo, fisico, di quella veste che si avvolge loro intorno così dolcemente e che copre anche le ali, oppure, al contrario, se le ali non sporgono, come fa questo mantello celeste a coprire i loro corpi insieme alle ali, oh, povero Botticelli, povero Leonardo, povero Michelangelo, poveri davvero Giotto e Beato Angelico! ma non importa, questa questione si è dissolta insieme ai vecchi angeli, gli angeli di cui parlo sono quelli nuovi, questo è chiaro non appena comincio a passeggiare nella mia stanza, della quale voi potete solo ora vedere che io sto qui davanti al microfono annunciando, in qualità di vincitore del Premio Nobel per la Letteratura di quest’anno, che volevo parlarvi della speranza, ma che non ne parlerò, e dunque parlerò invece degli angeli, partirò da qui, e già contorni sfumati si formavano nel mio cervello quando mi sono messo al lavoro, assumendo una postura meditativa nel mio spazio di lavoro che non è molto grande, in tutto quattro metri per quattro, in una stanza-torre da cui va sottratta l’area della scala che porta su e giù al piano terreno; naturalmente non dovete immaginare una sorta di romantica torre d’avorio: questa stanza-torre, costruita con le più economiche assi di abete norvegese, situata nell’angolo destro di un edificio di legno a un solo piano, si innalza sopra tutto il resto perché il mio terreno si trova in pendenza, perché tutto lo stabile sta sulla cima della collina, cioè l’intero appezzamento è in discesa e inclina, e inclina profondamente verso una valle, il che significa che quando desiderai costruire un ampliamento indispensabile alle stanze del piano terra – lo desideravo perché i libri stavano manovrando per occupare ogni spazio – un certo punto questa necessità non fu più rinviabile, e per via della pendenza la stanza aggiunta risultò già come una torre sopra il piano inferiore, gravandolo, ebbene, qui vorrei parlare soltanto degli angeli,
e non della speranza,
e non dei vecchi angeli, cioè di quelli antichi, perché quelli antichi, quelli alati – pensate ai più famosi nelle Annunciazioni, prodotte in quantità incommensurabili nel Medioevo e nel Rinascimento – portavano un messaggio, il messaggio che Colui Che Doveva Nascere sarebbe nato; quelli erano gli antichi angeli, quei messaggeri celesti che arrivavano continuamente con questo o un altro messaggio, e secondo i risultati dell’angelologia, per lo più trasmettevano il loro messaggio al destinatario a voce, oppure, come si vede nelle raffigurazioni del IX e X secolo, lo leggevano direttamente da un nastro di carta ondulante, un nastro-sentenza, immagini in cui alla parola è concesso un significato straordinario; eppure questi angeli, anche quando compivano altre missioni, portavano – più precisamente, portavano sempre – il messaggio dell’Altissimo ai suoi eletti, la parola velata di luce o sussurrata all’orecchio, il che significa che, indipendentemente dalle raffigurazioni, questi angeli non possono essere distinti dal loro messaggio – più precisamente, non potevano essere distinti dal loro messaggio – tanto che dovremmo addirittura dire che quegli antichi angeli erano essi stessi messaggi, erano loro stessi il messaggio che arrivava sempre da Colui Che Non Può Essere Supplicato, era Lui a inviarli, a inviare gli angeli a noi, noi che ci dibattiamo nella polvere, noi che vaghiamo condannati alle Conseguenze Imprevedibili /oh, che tempi meravigliosi!/ in una parola, ogni antico angelo era un messaggio da qualcuno a qualcun altro, un messaggio di annuncio dal carattere di comando o di referto, ma non intendo trattare di questo ora, mentre sono qui davanti a voi e cammino avanti e indietro nella mia stanza-torre che, come sapete, è costruita con assi di abete norvegese a buon mercato ed è quasi impossibile da riscaldare, e che è una torre solo a causa della forte pendenza del terreno; ebbene, non parlerò dei vecchi angeli, nemmeno se le immagini che vivono in noi – grazie ai geni del Medioevo e dell’inizio dell’età moderna, da Giotto a… Giotto – nemmeno se questi antichi angeli, con le loro epiteti appropriati di rapimento, sublime, intimo, anche oggi possono ancora toccare le nostre anime, persino adesso, anche se possono toccare le nostre anime incapaci di credere, poiché essi furono gli unici che, nel corso dei secoli, con le loro apparizioni rarefatte, ci permisero di dedurre l’esistenza del Cielo, e con essa di dedurre la direzione, che creò dentro di noi la struttura dell’universo come direzione, perché dove c’è direzione c’è distanza, cioè c’è spazio, e dove c’è direzione esisterà anche una distanza tra due punti, cioè c’è tempo, e così esiste da secoli – oh! e da millenni! – il mondo che si crede creato, dove questi incontri con loro, con i vecchi angeli, ci diedero modo di percepire in modo decisivo l’alto e il basso come qualcosa di autentico e reale, e così se volessi parlarvi dei vecchi angeli camminerei in cerchio da un angolo all’altro, tornando sempre allo stesso punto, ma no, i vecchi angeli non ci sono più, esistono solo i nuovi, e quanto a me, non cammino in cerchio da un angolo all’altro pensando a loro mentre sono qui davanti alla vostra attenzione perché, come forse ho già accennato,
i nostri angeli sono quelli nuovi,
e, avendo perso le ali, non possiedono più quei mantelli che si avvolgevano loro intorno così dolcemente; camminano fra noi in semplici abiti di strada, non sappiamo quanti siano, ma secondo certe vaghe intuizioni il loro numero rimane immutato, e, proprio come i vecchi angeli un tempo, anche questi nuovi si presentano misteriosamente qua e là, compaiono davanti a noi negli stessi tipi di situazioni della nostra vita in cui apparivano gli antichi, e in realtà è facile riconoscerli, se vogliono, se non nascondono ciò che portano dentro di sé; è facile perché è come se entrassero nella nostra esistenza con un tempo diverso, un ritmo diverso, una melodia diversa da quella con cui camminiamo noi, noi che ci affanniamo e vaghiamo qui nella polvere; inoltre non possiamo nemmeno essere certi che questi nuovi angeli arrivino da lassù, perché non sembra neppure che esista più un “lassù”, come se anche quello – insieme ai vecchi angeli – avesse ceduto il suo posto a un eterno ALTROVE, dove ora solo le strutture folli degli Elon Musk di questo mondo organizzano lo spazio e il tempo, e da ciò può risultare che mentre voi vedete e ascoltate invariabilmente solo un vecchio davanti a voi, che parla nella sua lingua sconosciuta in occasione del ricevimento del Premio Nobel per la Letteratura, un vecchio che naturalmente cammina incessantemente nella stessa stanza-torre gelida, tra le assi di abete norvegese, camminando avanti e indietro, ebbene, è proprio me che vedete, colui che ora accelera il passo come per esprimere che i suoi pensieri su questi nuovi angeli richiedono un altro tipo di passo e un’altra velocità rispetto a quella che aveva mentre li pensava, e davvero, ora che accelero i passi, capisco all’improvviso che questi nuovi angeli non solo non hanno ali, ma non hanno neppure messaggi, nessun messaggio, non portano nulla: sono semplicemente qui tra noi, in abiti di strada, irriconoscibili se lo desiderano, ma se desiderano essere riconosciuti allora scelgono uno di noi, si avvicinano, e d’un tratto, in un solo fotogramma, le cataratte cadono dai nostri occhi, la placca cade dai nostri cuori, cioè avviene un incontro, noi stiamo lì, scioccati: oh mio Dio, è un angelo, è qui davanti a noi, solo che… non ci danno nulla, non c’è frase che ondeggia intorno a loro, non c’è luce con cui possano sussurrarci nell’orecchio, non pronunciano una sola parola, come se fossero diventati muti: stanno lì e ci guardano, cercano il nostro sguardo, e in questa ricerca c’è una supplica che noi guardiamo nei loro occhi,
così siamo noi stessi,
a trasmettere un messaggio a loro, solo che purtroppo non abbiamo alcun messaggio da dare, perché potremmo soltanto dire, in risposta a quello sguardo supplice, ciò che una volta si disse, quando esisteva ancora una domanda, ma ora non esiste né domanda né risposta, e dunque che tipo di incontro è questo, che scena celeste e terrestre è questa: loro stanno lì fermi davanti a noi, ci guardano, e noi stiamo lì fermi davanti a loro, li guardiamo, e se loro capiscono qualcosa di tutto ciò, noi certamente non capiamo cosa stia accadendo; il muto al sordo, il sordo al muto: come potrebbe nascere una conversazione, come potrebbe nascere una comprensione, per non parlare della presenza divina, quando all’improvviso può accadere a ogni persona solitaria, esausta, addolorata e sensibile – come accade ora, se posso contarmi tra voi – può accadere a me, che apparentemente sto qui davanti a voi parlando nel microfono, ma in realtà sono lassù nella stanza-torre, come sapete, tra le assi economiche di abete norvegese e l’indecente isolamento termico, può accadere il pensiero che questi nuovi angeli nella loro infinita mutità forse non siano più nemmeno angeli, ma sacrifici, sacrifici nel senso originario e sacro del termine; rapidamente estraggo il mio stetoscopio, perché lo porto sempre con me, ce l’ho anche ora, mentre vi parlo dalla stanza-torre, camminando avanti e indietro, e con grande delicatezza appoggio la campana e il diaframma sui vostri petti, e subito odo il suono del destino, sento i vostri destini, e con ciò passo oltre, entro in un destino, sento un destino pulsare che trasforma immediatamente questo momento, ma soprattutto il momento successivo che avrebbe dovuto presentarsi davanti a me, perché no, il momento che sembrava dover venire non è quello che viene: ne viene un altro completamente diverso, il momento dello choc e della caduta mi abbatte, perché il mio stetoscopio rileva l’orribile storia di questi nuovi angeli che stanno davanti a me, la storia che essi sono sacrifici, sacrifici: e non per noi, ma a causa nostra, a causa di ciascuno di noi, angeli senza ali e angeli senza messaggi, e sapendo al contempo che c’è guerra, guerra e solo guerra, guerra nella natura, guerra nella società, e questa guerra non si combatte solo con le armi, non solo con la tortura, non solo con la distruzione: certo, questa è una estremità della scala, ma la guerra avanza anche dall’altra estremità, perché basta una sola parola cattiva, una sola parola cattiva scagliata verso uno di questi nuovi angeli, basta un atto ingiusto, sconsiderato, indegno, basta una sola ferita inferta al corpo o all’anima, perché quando nacquero non erano destinati a questo, sono indifesi di fronte a tutto ciò, indifesi contro lo schiacciamento, indifesi contro il vilipendio, contro la cinica spietatezza rivolta alla loro innocuità e castità: basta un solo gesto, ma anche una sola parola cattiva è sufficiente a ferirli per l’eternità – e io non posso porvi rimedio nemmeno con diecimila parole, perché è al di là di ogni rimedio.
II.
Ah, basta con gli angeli!
Parliamo invece della dignità umana.
Essere umano—creatura stupefacente—chi sei?
Hai inventato la ruota, hai inventato il fuoco, hai capito che la cooperazione era l’unica possibilità di sopravvivenza; hai inventato la necrofagia per poter diventare il signore del mondo sotto il tuo comando; ti sei procurato un intelletto sconvolgente, e il tuo cervello è così grande, così solcato e complesso che davvero, mediante questo cervello, hai acquisito un potere, anche se limitato, su questo mondo che sei stato tu a nominare, giungendo a riconoscimenti che poi si sarebbero rivelati falsi, ma che ti aiutarono ad avanzare nel corso dell’evoluzione; il tuo sviluppo, avanzando di balzo in balzo, consolidò la tua specie sulla Terra e la fece crescere, ti aggregasti in orde, costruisti società, creasti civiltà; diventasti capace persino del miracolo di non estinguerti, benché esistesse anche questa possibilità, ma ancora una volta ti rialzasti in piedi, poi, come homo habilis, fabbricasti strumenti in pietra e li sapesti usare, poi come homo erectus scoprì il fuoco, e poi, per un minuscolo dettaglio—al contrario dello scimpanzé, la tua laringe e il palato molle non si toccano—ti fu possibile dare origine al linguaggio, in parallelo allo sviluppo del centro del linguaggio nel cervello; ti sedesti accanto al Signore dei Cieli, se dobbiamo credere ai passi censurati dell’Antico Testamento, ti sedesti con Lui e desti un nome a tutte le cose create che Egli ti mostrò; poi inventasti la scrittura, ma ormai eri già capace di pensieri filosofici: dapprima collegasti gli eventi, poi li separasti dalle tue convinzioni religiose; riferendoti alla tua stessa esperienza, inventasti il tempo, costruisti veicoli e imbarcazioni, vagasti nell’Ignoto sulla Terra, depredando tutto ciò che si poteva depredare, capisti cosa significava concentrare la forza e il potere, mappasti pianeti ritenuti irraggiungibili, e ormai non consideravi più il Sole come un dio né le stelle come determinatrici del destino; inventasti, o meglio modificasti, la sessualità, i ruoli di uomini e donne, e molto tardi, anche se non è mai troppo tardi, scopristi l’amore per loro; inventasti i sentimenti, l’empatia, le gerarchie differenziate dell’acquisizione della conoscenza, e infine volasti nello spazio, abbandonando gli uccelli, poi salisti sulla Luna e vi muovesti i tuoi primi passi; inventasti armi capaci di distruggere la Terra intera più volte, e poi inventasti scienze così flessibili che il domani mortifica ogni immaginazione di oggi; e creasti arte, dai disegni rupestri fino all’Ultima Cena di Leonardo, dall’incantesimo oscuro e magico del ritmo fino a Johann Sebastian Bach; infine, in accordo con il progresso storico, tu, con totale e assoluta improvvisa immediatezza, hai iniziato a non credere più in nulla, e grazie ai dispositivi che tu stesso hai inventato, distruttori dell’immaginazione, ti è rimasta solo la memoria a breve termine, e così hai abbandonato il possesso nobile e condiviso della conoscenza, della bellezza e del bene morale, e ora sei pronto a uscire nella pianura, dove le tue gambe affonderanno, non muoverti, stai andando su Marte? invece: non muoverti, perché questo fango ti inghiottirà, ti tirerà giù nella palude, ma è stato bello, il tuo percorso evolutivo è stato mozzafiato, solo che, purtroppo: non può essere ripetuto.
III.
Ah, basta con la dignità umana.
Parliamo piuttosto della ribellione.
Ho cercato di sfiorare questo tema nel mio libro Il mondo va avanti, ma poiché non sono soddisfatto di ciò che ho scritto, ci riproverò. All’inizio degli anni Novanta, in un pomeriggio umido e afoso, ero a Berlino, ad aspettare in una delle stazioni della U-Bahn al livello inferiore. Le banchine, come in tutta la metropolitana, erano organizzate in modo che, nel punto di partenza della giusta direzione di marcia, a pochi metri da dove il treno avrebbe proseguito la sua corsa nel tunnel, fosse montato un grande specchio dotato di luci di segnalazione, parzialmente per aiutare il conducente a vedere l’intera lunghezza del treno e parzialmente per indicare con precisione il punto, esattamente al centimetro, dove la parte anteriore del treno doveva fermarsi temporaneamente mentre i passeggeri salivano e scendevano. Lo specchio serviva ovviamente al conducente, mentre la luce rossa indicava il punto perpendicolare ai binari in cui il treno doveva fermarsi, punto al cui verificarsi queste luci – compiute le operazioni di salita e discesa – diventavano verdi e la U-Bahn poteva continuare il suo percorso nel tunnel – nel mio caso, verso Ruhleben. Oltre a un cartello che ammoniva sulla necessità di evitare incidenti e rispettare le regole, sul pavimento era stata dipinta una grossa linea gialla molto visibile, tra la colonna che portava le luci di segnalazione e l’ingresso del tunnel; questa linea gialla serviva a indicare che, sebbene la banchina continuasse per qualche metro, come in effetti accadeva, il viaggiatore non doveva oltrepassare quella linea in nessun caso: tra la linea gialla e l’ingresso del tunnel c’era una zona rigorosamente proibita, dove nessuno – cioè nessun viaggiatore – doveva, in nessuna circostanza, mettere piede. Aspettavo il treno che arrivava da Kreuzberg, quando improvvisamente notai che qualcuno si trovava esattamente in quella zona proibita. Era un clochard, che – la schiena piegata dal dolore, il volto, nello stesso dolore, leggermente rivolto verso di noi, come qualcuno che conta sulla pietà – stava cercando di urinare sulla passerella sopra i binari. Si vedeva chiaramente che quell’urinare gli provocava una grande sofferenza, perché riusciva a liberarsi solo goccia a goccia. Quando compresi appieno ciò che stava accadendo, anche le persone intorno a me notarono che un incidente insolito stava disturbando il nostro pomeriggio. All’improvviso e quasi palpabilmente si formò un’opinione unanime: quello era uno scandalo, e bisognava porvi fine immediatamente, quel clochard doveva andarsene, e la validità della linea gialla doveva essere ristabilita. Non ci sarebbe stato alcun problema se il clochard fosse riuscito a finire ciò che stava facendo, poi a rientrare tra noi e salire le scale; ma non finì, presumibilmente perché non poteva finire, e ciò che rese la situazione ancora più minacciosa fu l’apparizione improvvisa di un poliziotto sulla banchina opposta, che da lì, quasi occhi negli occhi col clochard, si rivolse a lui con parole decise, intimandogli di cessare immediatamente. Le stazioni della U-Bahn – ancora una volta, per ragioni di sicurezza – sono costruite in modo che i treni che viaggiano in direzioni opposte, arrivando alla stessa stazione e poi ripartendo, siano separati: i due binari si trovano in una sorta di trincea larga circa dieci metri e profonda quasi un metro; così, se un passeggero cambiasse idea sul suo viaggio, desiderando passare dalla banchina in una direzione a quella nella direzione opposta, potrebbe farlo solo percorrendo l’intera banchina fino alle scale, salendo al livello superiore, attraversando il corridoio sospeso sopra i binari per arrivare dall’altra parte, e poi scendendo di nuovo le scale, mai e poi mai saltando giù nella trincea e attraversando quei dieci metri a piedi; no, questo era ancora più proibito – se è possibile distinguere gradi nella proibizione – oltre a essere, naturalmente, mortale. Esprimo questo fatto ovvio in tale dettaglio perché il poliziotto – visibilmente infuriato, ma preservando qualcosa della sua dignità – avrebbe dovuto seguire proprio questa via: dirigersi verso le scale della banchina opposta, salirle, attraversare il corridoio sospeso, ridiscendere e raggiungere la nostra banchina.
Questo era il precedente, e obbligava anche il poliziotto a rispettarlo: dal momento in cui aveva notato il clochard, aveva gridato alcune volte con la sua voce stridula e cavernosa, ma invano, perché il clochard non gli badava affatto, il capo ancora rivolto verso di noi, lo sguardo immutabilmente riflesso del suo tormento, mentre le gocce di urina continuavano a cadere sui binari; davvero, un insulto senza paragoni ai regolamenti, all’ordine, alla legge, al buon senso –evenienza in cui questo clochard ignorava completamente il poliziotto, e, per usare un’espressione che probabilmente il poliziotto stesso avrebbe usato: si comportava come se fosse sordo, causando al poliziotto una sofferenza particolare.
Naturalmente il clochard aveva incluso nelle sue valutazioni il poliziotto: sapeva che, data la sua dolorosa lentezza, il poliziotto sarebbe stato più veloce di lui, e che in nessun modo avrebbe potuto terminare in tempo la sua attività proibita, né per volontà propria né per volontà della natura; così, quando notò che il poliziotto stava accelerando, anzi iniziava a correre sulla banchina opposta per raggiungere il corridoio superiore – metro dopo metro! – il clochard, con un gemito e con immensa difficoltà, interruppe ciò che stava facendo e cominciò a scappare verso la nostra direzione, per raggiungere la scala più vicina e poi, in qualche modo, sparire.
Fu una gara orribile. Tutti noi sulla banchina rimanemmo completamente in silenzio mentre il clochard partiva, perché era evidente che quella fuga non l’avrebbe portato da nessuna parte: il vecchio clochard tremava in tutto il corpo; le gambe e il cervello che comandava le gambe non sembravano più funzionare, così che, mentre osservava il poliziotto sull’altra banchina avvicinarsi alla passerella superiore – metro dopo metro! – il clochard, sulla nostra banchina, avanzava solo centimetro dopo centimetro, e solo attraverso uno sforzo atroce, agitando le braccia, mentre anche il poliziotto guardava quei dieci metri che li separavano. Quei dieci metri rappresentavano una tortura per il poliziotto, un ostacolo immeritato, una punizione; mentre per il clochard quei dieci metri rappresentavano un ritardo, un ritardo che conteneva di per sé quell’incoraggiamento privo di senso ma evidente secondo cui forse, forse, avrebbe potuto sfuggire all’inevitabile accusa. Dal punto di vista del poliziotto, lui stesso rappresentava la legge, il Bene sanzionato da tutti e dunque obbligatorio, di fronte al trasgressore, al rinnegatore del razionale giudicato da tutti – in altre parole, il Malvagio. Sì, il poliziotto rappresentava il Bene obbligatorio, ma in quel momento era impotente, e dentro di me, mentre guardavo umiliato questa competizione disumana tra metri e centimetri, accadde che la mia attenzione diventasse improvvisamente affilata come un rasoio, e quell’attenzione tagliente fece sì che il momento si congelasse. Il momento si fermò esattamente quando si accorsero l’uno dell’altro: il buon poliziotto scorse che il cattivo clochard stava urinando nella zona proibita, e il cattivo clochard vide che, per sua sventura, il buon poliziotto lo aveva visto. C’erano in tutto dieci metri tra loro, il poliziotto aveva afferrato il manganello, e prima di cominciare a correre si immobilizzò, oh, c’era un’infinita ma interrotta energia in quel movimento, i muscoli tesi, pronti a scattare, perché per un attimo gli era balenato: e se saltassi semplicemente quei dieci metri? mentre sull’altra banchina, ma sempre protetto da quei dieci metri, il clochard agitava le braccia e tremava nella sua duplice impotenza. Lì la mia attenzione si fermò, e lì è rimasta fino a oggi quando penso a quell’immagine, a quel momento in cui il poliziotto furioso, brandendo il manganello, inizia la corsa dietro il clochard, cioè a quel momento in cui il Bene obbligatorio comincia a correre verso il Malvagio che emerge ancora una volta nelle vesti di un clochard, e non semplicemente verso il Malvagio, ma, dato il carattere consapevole e intenzionale dell’atto, verso il Male stesso; e così, in questo quadro congelato, io vedo, e vedo ancora oggi, colui che corre veloce sulla banchina di fronte, i cui passi rapidi lo portano avanti metro dopo metro, e, sulla nostra banchina, vedo il colpevole, che geme, trema, è impotente, quasi paralizzato dal dolore – e chissà quante gocce di urina erano rimaste dentro quel corpo – avanzare centimetro dopo centimetro. Sì, vedo che in questa gara il Bene, per colpa di dieci metri, non raggiungerà mai il Malvagio,
perché quei dieci metri
non possono mai essere colmati, e anche se poi il poliziotto dovesse afferrarlo proprio mentre il treno irrompe in stazione, ai miei occhi quei dieci metri sono eterni e incolmabili, perché la mia attenzione percepisce soltanto che il Bene non raggiungerà mai il Male che si dibatte, perché tra Bene e Male non c’è speranza, nessuna speranza.
Il mio treno mi portò verso Ruhleben, e io non riuscivo a scacciare dalla testa quel tremare e quel dibattersi, e all’improvviso, come un lampo, lampeggiò nella mia mente la domanda: questo clochard e tutti gli altri paria, quando si ribelleranno finalmente – e come sarà questa rivolta. Forse sarà sanguinosa, forse spietata, forse terribile, come quando un essere umano massacra un altro – poi scaccio il pensiero, dicendomi che no, la rivolta che immagino sarà diversa, perché sarà una rivolta nei confronti del tutto.
Signore e signori, ogni rivolta è nei confronti del tutto, e ora che sto davanti a voi, e i miei passi in quella stanza-torre a casa cominciano a rallentare, ancora una volta quel viaggio a Berlino sulla U-Bahn verso Ruhleben lampeggia dentro di me. Una stazione illuminata scivola dopo l’altra, non scendo da nessuna parte, da allora non sono mai sceso: continuo a viaggiare in quella U-Bahn nel tunnel, perché non c’è fermata dove potrei scendere, guardo semplicemente le stazioni scivolare via, e sento di aver pensato tutto e di aver detto tutto su ciò che penso della rivolta, della dignità umana, degli angeli, e sì, forse di tutto – persino della speranza”.

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