[Flor Canosa, Polpa, Neo edizioni, Castel di Sangro (AQ) 2025]

Polpa sembra un romanzo distopico, ma è più, secondo me, un trattato di antropologia futura, un saggio sul corpo come resto non governabile, una meditazione narrativa sul limite che nessun potere può rimuovere, qualcosa resiste alla formalizzazione, ed è la carne.
Canosa mette in scena un mondo che ha abolito il dolore, ma ciò che ne consegue non è la pace dei sensi, piuttosto una completa atrofizzazione dell’esperienza in un universo dove il potere ha sequestrato la fisiologia (e quindi il dolore diventa la sola esperienza filosofica possibile).
La scena iniziale delle spine della Santa Rita, letta in questa chiave è allora l’elevazione gnostica della protagonista perché Irma non scopre la sofferenza, ma la condizione trascendentale del sentire. E l’ingresso fisicamente è ferita, le spine, il vero gesto fenomenologico del romanzo, la carne che si apre riporta il mondo a presenza, anzi sottrae l’esperienza alla neutralizzazione.
La rack, l’archivio ufficiale, l’ontologia centralizzata , elimina ogni traccia del dolore ma Canosa componendo una variazione narrativa sull’archeologia foucaultiana, da vedere come il potere non proibisce direttamente, normalizza; non censura, indica. Se non c’è una parola per nominare il dolore, il dolore smette di essere un fatto. E tuttavia, proprio come nella lezione foucaultiana sul biopotere, è la vita stessa a sfuggire, il corpo, anche quando lo crediamo sottomesso, mantiene una riserva di indocilità che riemerge come evento.
La polpa, ciò che trema, pulsa, sanguina, è, nel romanzo, la vera ontologia. Non c’è corpo senza polpa. Polpa è ciò che resta dopo ogni governo, la vita che vive oltre la vita qualificata biopoliticamemte.
Poi, il romanzo ha un secondo protagonista, ancora più teorico, Lunes, archivista occulto del dolore, figura liminare che abita i ripostigli dell’ospedale come fossero cripte epistemiche. Con la sua ipermnesia, memoria totale, contaminata, riottosa, Lunes custodisce ciò che il regime non può cancellare: le narrazioni proibite, gli scarti del vecchio web, le teorie oscene, le pratiche abolite, la letteratura interdetta.
Lunes legge ciò che nessuno deve leggere perché ciò che legge restituisce al mondo la sua dismisura. La sua ricerca nel deep web non è voyeurismo, ma filosofia prima, ovverosia egli cerca ciò che sfugge all’ordine del discorso. Le sue letture sembrano provenire da genealogie del corpo, estetiche della ferita, erotologie della trasgressione. In questo senso Polpa suggerisce che la filosofia sopravvive solo nei margini clandestini, come scoria non bonificabile. Ed è bellissimo e inquietante. E mi interroga tanto.
Se Irma incarna la fenomenologia della carne, Lunes incarna la teoria, potrei dire, cioè è colui che nomina, classifica, raccoglie, analizza la dimensione oscena della vita che lo Stato tenta di espellere. Le sue letture proibite costruiscono una contro-epistemologia dove dolore e piacere non sono categorie morali, ma forme di sapere, al di là di ogni tentativo di epistemicidio da parte del governo centrale.
Poi, a mio parere, la parte più filosofica del testo riguarda l’idea che il potere, nonostante l’ingegneria biologica e l’eliminazione del web, non riesca mai a costituire un archivio assoluto. Qualcosa sfugge. Qualcosa pulsa. Qualcosa sanguina.
E in un mondo che ha vietato il dolore, pensare significa reincarnarsi.
Ah e anche che, soprattutto, la filosofia, per esistere, deve attraversare la ferita.
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