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Asinità e conoscenza del tragico a Gaza


[Storia di Yaʽfūr e di altre asine, testo di Mattia Tarantino, immagini di Noemi Saltalamacchia, Altrianimali]

Che l’asino sia capace di accogliere il divino più di ogni altro animale pare un paradosso mistico eppure lo afferma già Agrippa nel suo De occulta philosophia. E Bruno, gli asini raglianti di Bruno sono ovunque; l’animale totemico di Bruno nello Spaccio de la bestia trionfante e soprattutto nella Cabala del cavallo pegaseo, smonta la superbia dell’intelletto che pretende di possedere il vero, e rivendica la dolce e dotta ignoranza incarnata dall’asinità. L’asino è figura di un sapere che non domina, che non sa e forse non vuole nemmeno aspirare gnoseologicamente a una conversione di peso in senso, ma porta la materia del mondo senza sosta e senza vanteria (altro che quel bellimbusto di Atlante). E se non vi volgerete all’asino, non sarete capaci di accogliere i misteri divini, dice Bruno.

E sul dorso degli asini ci stanno anche Maometto, o Gesù al suo ingresso nella città santa, e ora? Ora ci stanno i cadaveri. Yaʽfūr e di altre asine, di Mattia Tarantino, con i segni di Noemi Saltalamacchia, è un poemetto al lapis, che spoglia di ogni residuo simbolico la mitologia asinina e fa vedere la funzionalità bellica dell’animale, grazie al fatto che porta molto peso con minori difficoltà rispetto alle altre bestie, ai somari sono riservati i cadaveri dello sterminio. E si leggono e vedono le asine passare… povere, sulla schiena i corpi degli uccisi, dei morti innocenti, della tragedia bellica. E le asine portano, sempre, tutto, silenziosamente portano i corpi, il perdono, il Regno.

Queste somare, che nei disegni paiono corpi segnati, attraversati, talvolta ridotti a profilo, talvolta a pura traccia. Croci sulle schiene, segni, linee secche e l’immagine è simile a un gas, quello usato dall’IDF per uccidere, naturalmente. Senza redenzione… come in Bruno, la conoscenza non culmina nella luce del sapere ma negli infiniti pesi tragici del mondo, con il testimoniale di una breve poesia, tra somari e macerie.

E colpisce qui, soprattutto, l’assenza di pathos illustrativo. Non c’è compassione, non c’è didascalica denuncia, se non dietro le righe di una fragile e distante tristezza. Perché non sono i massi di Sisifo, cioè l’inutilità dell’eterno ritornare sulla vetta, ciò che portano gli asini a Gaza, ma i cadaveri, i moribondi, ciò che non può tornare che se non come spirito tragico, fantasma dell’Occidente con cui un giorno dovremo fare i conti. E saremo capaci di farlo?… senza scuse, celie o vani processi, incomprensibilmente, prendendoci le nostre colpe, sopportando il peso del genocidio, reggendo il male e i morti.

Il breve poemetto si può leggere qui:
https://www.altrianimali.it/2025/12/16/storia-di-yafur-e-di-altre-asine-poesia/



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