[Temple Grandin, Pensare senza parole, i doni nascosti di chi ragiona per immagini, pattern e astrazioni, Adelphi, Milano 2025]
Prima di addormentarmi, una sera, una ragazza mi riferì che lei vedeva, nel delicato passaggio tra il sonno e la veglia, delle immagini. Rapita in una sorta di visione, mi descriveva, con inquietante nettezza, colori, linee, sfumature, personaggi e spazi. Ogni notte, prima di addormentarsi, le accadeva quel processo immaginativo, non intenzionale né finalistico, ma involontario, quasi allucinatorio. Probabilmente non è l’unica persona a cui accade. Lei stessa mi confermò che era una cosa comune, o comunque non così stramba come si potrebbe pensare.
A me, purtroppo, non succede. Non ci riesco. Non funziono così. Non lo so.
Ad ogni modo, il fenomeno non farebbe che confermare una netta divisione, binaria e funzionalistica, dei tipi mentali. Da una parte ci sarebbero i pensatori visivi, lei, e dall’altra i pensatori verbali, io. Mmh. La cosa non mi convince. Così come non mi convince la suddivisione emisferica del cervello tra creatività e razionalità. Anche questa mi pare un’insidiosa furbizia pressappochistica che elude il problema della complessità psichica.
Perciò, per l’ossessione riduzionista dell’autrice, il libro di Temple Grandin, Pensare senza parole (Adelphi, 2025), non mi è piaciuto.
L’autrice, molto nota per le sue battaglie per il riconoscimento delle neurodivergenze, si autodefinisce una pensatrice visiva. E questo inizialmente mi è parso un gesto straordinario. Tant’è che nell’incipit troviamo una lunga disamina del perché sia da combattere una presunta supremazia del linguaggio nel nostro modo di pensare. Grandin prende di mira le teorie della mente fondate essenzialmente sul linguaggio, come l’innatismo chomskiano, e descrive la propria capacità di cogliere dettagli e minuzie apparentemente insignificanti, a fronte di una difficoltà nell’articolare il mondo tramite grammatica e sintassi, riuscendo a farlo solo attraverso immagini associate tra loro. Un po’ come scorrere una sequenza di video brevi su Instagram o TikTok, afferma l’autrice.
Fin qui tutto bene. Nel senso che è ovvio, anche se ahimè non pacifico, che la percezione, il sentire e il conoscere differiscano da individuo a individuo. E la lotta contro i test psicoattitudinari, o contro i tentativi di misurare quantitativamente la psiche, dal più neutro quoziente intellettivo all’infausto DSM, sono atti criminali volti a irreggimentare la creatività e lo sviluppo umano.
L’autismo non è una malattia. Anzi, forse, e questo Temple Grandin lo dice, anche se con altri strumenti epistemici, è una singolarità non tipicizzabile che non solo, sul piano didattico, etico e legislativo, merita politiche ad hoc, ma che sul piano filosofico desta un interesse fondamentale, degno di essere concettualizzato.
Il termine autismo nasce con Bleuler nei primi del Novecento, come variante precoce della schizofrenia, a partire dal sintagma autoerotismo. E forse questo autogodimento, automatico, involontario e non intenzionale, può realmente essere la chiave di volta dell’intera funzione psichica, che è nella sua essenza onanistica, masturbatoria, forse. Questo permetterebbe anche di uscire dalle secche di un troppo facile e moralistico umanesimo cognitivista nell’analisi delle forme espressive del vivente.
L’autismo, dunque, è filosoficamente ciò che va indagato, anche alla luce della crescente diffusione del fenomeno e dell’aumento delle diagnosi di neurodivergenza negli ultimi anni.
Comunque, a mio avviso, il libro di Temple Grandin, su questo, non ci dà una grande mano. Tutt’altro. A partire dalla divisione tra pensatori visivi e pensatori verbali, assunta come suddivisione tipologica dello sviluppo mentale e delle modalità di apprendimento. Voi siete uno o l’altro? C’è addirittura un test a pagina 29, con diciotto domande, che confermerà la vostra neurodivergenza.
Le stampelle epistemologiche di Temple Grandin sono, naturalmente, la psicologia cognitiva, le neuroscienze e la genetica. Bisogna capire cosa c’è in questa “scatola”, il contenitore del cervello. Come se realmente l’attività psichica, percettiva e immaginativa stesse tutta dentro il soggetto, in modo endosomatico. E allora basterebbe localizzare le aree neurofisiologicamente preposte a una determinata attività, attraverso, che so, una magnetoencefalografia, per rivelare che i pensatori visivi creano immagini mentre quelli verbali si affidano maggiormente al dialogo interiore.
Così si corona il sogno dell’Occidente di misurare la psiche e, se necessario, potenziarla o orientarla verso determinate scelte politiche, sociali e culturali.
Sessantatré pagine di bibliografia, tutta la cosiddetta letteratura scientifica, quindi oggettiva, indubitabile e comprovante, composta perlopiù da articoli di neuroscienze e psicologia comportamentale, per dimostrare che essere neurodivergenti è bello. In fondo tutti i geni, da Newton a Edison fino a Elon Musk e Mark Zuckerberg, avevano problemi dello spettro autistico. E solo i pensatori visivi ci possono salvare dai disastri. Come il crollo di un ponte. Non a caso, nella postfazione, l’autrice racconta che avrebbe intuito subito le carenze strutturali del progetto del Fern Hollow Bridge, poiché l’acciaio utilizzato per la costruzione era di qualità scadente.
Insomma, forse la parte più interessante è quella sugli animali non umani. Ma anche lì, filosoficamente, c’è poco. Ed epistemologicamente è uno sciocchezzaio. Meglio, decisamente, per i lettori italiani, dedicarsi alla collana Animalia di Adelphi, con autori ben più solidi.
Per concludere, sulle neurodivergenze circola un enorme retoricume. E invece sarebbe necessario discorrerne seriamente, tenendo ben salda una concezione del processo psichico che riconosca come l’accesso al reale, soprattutto per i bambini, sia infinitamente diversificato e non misurabile attraverso test. E che, soprattutto, resista alla tentazione di trasformare ogni differenza in una tipologia, ogni singolarità in un profilo, ogni esperienza in una diagnosi.


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