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Ascesi e volgarità: il classico Lautréamont

[Lautréamont, I canti di maldoror, traduzione e cura di Luca Salvatore, Einaudi, Torino 2025]

«Hai mai letto Lautréamont, García Madero?» ha detto Maria.
«No».
(I detective selvaggi, Bolaño, Adelphi 2014, p. 45).

Abbiamo mai letto questo fragile poeta? Questo suicida che, con la faccia straniera e consumata, viveva in una piccola camera di un hotel francese. E che ne è stato di Maldoror, da che la sua bocca, piena di foglie di belladonna (pianta medicinale, curativa per gli spasmi e le convulsioni), si lasciò sfuggire un canto, attraverso i domini della collera, in un attimo di riflessione?

Ora, per i lettori italiani, del cigno di Montevideo è disponibile una nuova traduzione, curatissima, a cura di Luca Salvatore per i tipi di Einaudi. Accompagnata dalla prefazione di Blanchot, si segnala per l’alto tasso poetico-letterario della versione, ricca di arcaismi, talora carducciani o dannunziani, e per l’aggiornamento bibliografico che correda il volume. Ora, non so se sia meglio questa o la vecchia Garzanti, a cura di Lanfranco Binni: forse il conte di Lautréamont è un poeta troppo sanguigno, terragno, per le astrattezze (che sono anche esattezze, per carità) di un linguaggio così ricco di tradizione nella lingua italiana. Forse una puttana è meglio chiamarla puttana che sacerdotessa di Venere, e mantenere crudeltà e indomabilità del verso, piuttosto che darlo in una versione a prima vista depurata da sconcerie e turpitudini. Però musicalmente suona, è eufonica, il giro frastico del francese è seguito con grande attenzione nella traduzione di Salvatore, ed è importante la necessaria riproposizione del poeta a oltre un secolo e mezzo dalla morte.

Sì, perché leggere Maldoror è una lucida vertigine, tra ascesi e volgarità. Blanchot, per definire la sua prosa, usa parole come lucidità, coscienza, ragione. Addirittura “occhio che mai si chiude” viene definita la potenza visionaria di Lautréamont, e in effetti è così. Come all’inizio di Fight Club, dove si dice che per l’insonne il mondo è una copia di una copia di una copia, l’abisso Lautréamont è questo scandalo della ragione portata alle sue estreme conseguenze, quando si riscopre abitata da un tic dialettico di ripetizione tra sesso e morte.

Tuttavia, o proprio per questo, per nitidezza espressiva e immaginifica inventiva, Lautréamont è un classico. E da tale va trattato. Merita corsi universitari e dotti ed eruditi consessi, ahimé, nonostante il consiglio che il poeta sussurra all’inizio dei canti: fermarsi e volgere indietro i tacchi, come la gru più vecchia e saggia farebbe, schioccando il becco e fiutando tempesta, e volgendosi indietro, seguita dal proprio stormo, ad altri cammini filosofici, più sicuri. Perché è un libro pieno di pagine oscure e avvelenate quello che abbiamo tra le mani, che incendiano l’intelletto e non gli permettono di dormire sereno. Uno spazio odoroso di profumi e d’incenso, di un poeta non nato cattivo, ma per portare la peste, come diceva Freud appena sbarcato negli Stati Uniti, all’interno della buona coscienza e del senso comune. Straordinaria fatalità: chi potrà mai capire perché assaporiamo non solo le disgrazie generali dei nostri simili, ma anche quelle particolari degli amici più cari, pur essendone nello stesso tempo afflitti? Poeta mostruoso, avvelenato, indomabile il giovane montevideano.

Ma anche lucido, lucidissimo, ho detto, e felice. Il benessere di chi, citando dall’esergo alle Poesie: «remplace la mélancolie par le courage, le doute par la certitude, le désespoir par l’espoir, la méchanceté par le bien, les plaintes par le devoir, le scepticisme par la foi, les sophismes par la froideur du calme et l’orgueil par la modestie» (I canti di Maldoror, Poesie e Lettere, a cura di Lanfranco Binni, Garzanti 2011, p. 416). Insomma, al male del corpo, sibaritica corruzione delle carni, sostituire il bene della fede: forse questo è l’estremo tentativo di ogni grande poeta, e i languorosi sentimenti sono la forma espressiva più incompleta che si possa immaginare. Piuttosto, dice bene Lautréamont, non esistono due generi di poesie, ce n’è uno solo, fatto non di tempesta, e neppure di ciclone, ma di fiume, maestoso e fertile.



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