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Meglio soli che male accompagnati

[Tommaso Tuppini, Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine, Solferino, Milano 2025]

Ma che poi parliamoci chiaro, siamo davvero disposti a morire per l’altro?
O finanche per un’idea, come cantava De André? Personalmente, nemmeno di morte lenta. O almeno, io non ci penso proprio e non per una questione di egoismo. Certo, forse di narcisismo e di un pizzico d’incoscienza, è probabile, ma è un altro discorso, e soprattutto non è il discorso dell’altro. Anche perché questo altro, l’alterità, ma si può sapere dov’è? Cioè, filosoficamente è un brand che funziona, che si vende molto bene, che mette quasi tutti d’accordo. Ma esiste davvero l’altro, sia con la maiuscola che con la minuscola, anche lacanianamente parlando? Lo stesso Lacan, nei suoi ultimi seminari, parla di Uno, Uno tutto solo, godimento assoluto. Allora, forse, qualcosa non torna.

Se oggi il pensiero va verso un pan-relazionismo generalista – dalle fisiche contemporanee alle epistemologie, si pensi all’ultimo volume conferenziale di Rovelli – forse conviene fermarsi un attimo. Rovelli, ad esempio, afferma che le entità fisiche non esistono, abbiamo a che fare soltanto con processi relazionali, con reti. Reti che esprimono qualcosa, certo… ma che cosa, esattamente? Ah boh, non si sa, il problema, però, è serio. Se oggi, per una serie molteplice di ragioni, si fa una filosofia relazionista, non sarebbe forse il caso, anche solo per il gusto di andare controcorrente e di urtare un po’ le anime belle che vogliono sempre pensare al prossimo, come se il prossimo non fosse che l’inquilino o il dirimpettaio (come diceva quel sommo di Carmelo Bene), di fare un passo indietro?

Perché il prossimo esiste, sì, ma come trascendenza dell’esperienza immediata: esiste in un futuro e in un passato. Nell’esperienza immediata, invece, nella processualità, nell’atto in atto del vivente, la prossimità dell’altro non è contemplata. Ed è più o meno da qui che parte il libro di Tommaso Tuppini, Senza gli altri (Solferino, 2025). Tuppini scrive attraverso una serie di deviazioni, esempi laterali, racconti eccentrici; possiede una prosa digressiva, un po’ bizzosa, che procede di lato, obliqua, ogni tanto quasi ebbra, come se facesse finta di niente. Ma non fa finta di niente.

L’idea di fondo è semplice, anche se poi risulta difficile da accettare, o da metabolizzare: nell’esperienza immediata non ci sono relazioni. Non c’è l’altro, non c’è la distanza, non c’è il confronto intersoggettivo-dialettico. C’è qualcosa che accade, punto. Tutto il resto – l’io, il tu, l’altro, il rapporto, la mediazione – arriva dopo, per l’animale umano, quando l’esperienza viene raddoppiata, riflessa dalla riflessione.

E in questo senso il libro di Tuppini è molto più platonico di quanto sembri, e lo è nel modo più radicale possibile: tutto ciò che è, in quanto è, è bene. L’esperienza non si auto-contraddice, non sbaglia. Non può sbagliare. L’errore nasce solo quando iniziamo a riflettere, a giudicare, a stabilire che cosa vale di più e che cosa vale di meno. Insomma, scrivere questo articolo non ha sicuramente più valore che giocarsi un patrimonio a una bisca clandestina; vedere un cinepanettone non ha meno valore che guardare Andrej Rublëv di Tarkovskij. Nell’esperienza assoluta gli atti non sono gerarchizzabili: scorrono su una linea orizzontale, che è poi quella su cui scorre tutta la grande metafisica di impianto monista, immediatamente pluralista, unitas multiplex.

Eppure Tuppini parla di azione e non di atto, e non ho capito perché invece fa quella grande differenza tra atto e azione, che già Carmelo Bene faceva. Ad ogni modo nel duello tra samurai – o anche tra letterati, si pensi alla famosa foto Ungaretti-Bontempelli – non c’è un io e non c’è un tu. C’è il duello. I due contendenti spariscono dentro l’atto duellatorio. Solo dopo, a freddo, potremo dire: “io ho fatto questo”, “l’altro ha fatto quello”. Durante non c’è relazione, ma solo l’attimo in cui posso colpire o non colpire. E se mi metto a pensare invece di agire, capace che ci lascio le penne.

Insomma, l’esperienza non chiede conferme. Non chiede di essere condivisa, riconosciuta, validata. Finché è esperienza, basta a se stessa. Il bisogno di ritorno, di riflessione, di risposta arriva dopo, quando l’esperienza è già stata spezzata.

Benveniste, il grande linguista, a fortiori, parla del presente assiale dell’enunciazione, e dice esattamente questo: mentre si enuncia, siamo dentro l’atto del dire, completamente assorbiti. In quel momento non c’è ancora vero o falso, non c’è verifica, forse c’è rapporto con uno stato di cose ma tutto ciò viene dopo, in barba agli analitici. Il presente assiale dell’enunciazione sfugge alla logica dicotomica della verità/falso ed è, appunto, un presente assoluto.

Poi c’è anche il tono del libro, che conta, Tuppini mantiene una vena ironica costante, cabarettistica e alterna citazioni pop a grandi autori dell’empirismo radicale come William James, passa dalla psicologia della psicologia alla Banda della Magliana nel giro di un paragrafo. Ed è anche per questo che il libro si legge bene, è scritto in maniera davvero piacevole, senza ricatti teorici o pesantezze inutili.

Ovviamente il rischio c’è. Assolutizzare il presente può sembrare un invito al dilettantismo, al fare un po’ quello che capita, ndo coglio coglio. Ma Senza gli altri, a mio avviso non è un libro buono, consolatorio o cialtronesco, né un prontuario morale per casalinghe sole e disperate con vaghi interessi filosofici. È un libro che, ogni tanto, fa bene leggere, perché ricorda una cosa semplice e fastidiosa: l’esperienza non è dovuta a nessuno. Accade. E basta a se stessa. E se non vi piace, tornate a leggere biulciunghan, stronzi.



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