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La filosofia:  una potenza intrascendibile

[Rocco Ronchi, La rana e lo scorpione. Il canone della potenza, Castelvecchi, Roma 2025]

Vi sono Uomini del possibile e qualcos’altro. L’Uomo del possibile è nella finitezza, nella distanza dalla cosa, nella mancanza (steresis). Il più grande romanzo del Novecento, a detta dell’illustre germanista Claudio Magris, lo mette in mostra, questo umano, possibilista, che vive in una tessitura di fumo, immaginazioni, fantasticherie e congiutivi. E’ Ulrich, il protagonista viennese dell’Uomo senza Qualità (Eigeinshaften), che pensa alla realtà come un compito e un’invenzione, il reale per lui non è dato, è da compiersi, è utopico, aspetta il suo luogo proprio. E’ un romanzo messianico, quello di Musil, ed è il regno messianico, dell’escaton, quello che si apre nella parte terza del volume, intitolata, per l’appunto, verso il Regno Millenario.  E’ il nostro Novecento che si riflette primasticamente nel capolavoro musiliano, con tutti i millenarismi che l’hanno accompagnato, le idologiche grandi narrazioni, il sogno della totalità. Ulrich è un uomo non pratico, ma è un contemplativo che fa dell’esitazione dell’intelletto la sua cifra caratteriale, potrebbe essere tutto; potrebbe, forse, coingiutivi e condizionali sono le sue categorie modali, è un uomo che dorme per riprendere il titolo del libro di Perec, che è nient’altro che un Ulrich parigino, vegetante in una condizione sonnambolica e nel quale il risveglio è affidato a un evento naturale, a qualcosa nell’ordine della natura e non più dell’umano esitare in stati metastabili (probabilistici) e non attuali di coscienza, la pioggia. C’è un sonno dogmatico della ragione, e un accaddere empirico che si dà come risveglio. Il possibile non appartiene alla natura, il possibile come categoria modale non è nell’infinito naturante degli enti naturali, per dirla meglio: se piove, ora nel momento in cui piove non può non piovere. E’ un ovvietà, un truismo, sembrerebbe. Eppure le conseguenze di un atto perfetto che trova la sua entelechia nel suo stesso darsi, sono nell’ordine fisico, biologico e morale, incalcolabili. Incalcolabili anche nel senso di impredittibili, epistemologicamente problematiche, effettuali solo nel loro accadere, poiché solo ciò che accade produce effetti, altrimenti indeterminabili. La genealogia della potenza di Rocco Ronchi, mi sembra proponga di pensare la physis a partire da un vivente non già umanamente ed esistenzialmente individuato, un soggetto di fronte a un oggetto, piuttosto a partire da un evento che apparentemente si darebbe come impersonale come la pioggia che cade, come “un piove”, ma se ogni evento accade in un dove, e lo istituisce, territorializza, non è con un piovigginare neutro che abbiamo a che fare. “Si piove”, si potrebbe dire così, riconoscendo che è difficile dire qualcosa che affetta un soggetto che non è un ego ma nient’altro che atto vivente, personale ed universale, nel suo attuarsi. E non è detto che la terra non sia un soggetto, ma un altro tipo di soggetto, come un dispositivo che annulla/dispiega le polarità, si pensi alla teoria Gaia di Lovelock e alle conferenze di Bruno Latour in cui vi sono delle agency, delle potenze d’agire, che sarebbero proprio il punto tra soggetto e oggetto, la barra, l’intermedio, ma non solo, anche ciò che rende possibile che vi sia un soggetto e un oggetto, un punto puro, trascendentale, originario, l’istituirsi dell’istituzione, l’originarsi dell’origine, il pensarsi del pensare, lo strutturarsi della struttura e cosi via.

La rana e lo scorpione, il canone della potenza (Castelvecchi, 2025) è questo stillicidio fatale, di una pioggia che non può non cadere, e non cadere proprio sulla tua testa. La questione con cui la macchina da guerra teoretica messa in campo da Ronchi si confronta è quella del dynasthai, del potere. Il potere è potere-di? Potere di un soggetto su un oggetto? E la risposta di Ronchi è netta: no, il potere-di, il potere-di-non, è ciò che bisogna spinozianamente emendare affinchè si possa pensare il processo, il reale, la vita che vive. Si ritorni a leggere le pagine di Metafisica IX, 3 di Aristotele quando dibatte con i veri filosofi del processo, i cosiddetti megarici, oi megarikoi, contro i quali lo stagirita deve logicamente modalizzare un possibile bilaterale, una potenza dei contrari (dynamis enatiou) che si ritroverebbe nel giudizio e dunque nella dialettica, ma non nella vita. Ciò comporta che per Aristotele, così come per i filosofi del canone maggiore contro cui si scaglia Ronchi, uno su tutti l’inoperoso Giorgio Agamben, si dà un possesso della potenza a disposizione di un soggetto che differisce per natura dalla messa in esercizio. Si darebbe perciò una potenza alla seconda, transitiva, che potrebbe passare o non passare all’atto. Proprio come Ulrich potrebbe o non potrebbe agire, e vagheggia una fantasia degli spazi non riempiti, che altro non è che il nulla. Mentre Ronchi è fedele al principio di continuità e di pienezza e denuncia aspramente ogni metafisica del nulla che vorrebbe appellarsi alla creazione ex-nihilo e crede che la domanda fondamentale sia perché esiste l’ente, pensandolo come un non niente che comparirebbe improvvisamente non si sa da dove, da quale altrove iperuranio, per poi scomparire nello stesso.

La gigantomachia della potenza di Ronchi è un vero tour de fource, di straordinaria capacità affabulatrice quanto di precisione teoretica, i luoghi in cui il possibile bilaterale ha il suo imperio vengono evidenziati e ne vengono demolite le proposizioni logiche, fino ad arrivare al dogma della contingenza in entibus, la contingenza sincronica, tematizzata dai primi teologi francescani e in particolare dal più sottile di essi, Duns Scoto. Il Doctor subtilis deve salvare l’onnipotenza di Dio da ciò che è già accaduto e quindi si presenterebbe come necessario, ad esempio il ricostruire l’imene di un vergine deflorata (argomento di San Girolamo), insomma, il problema è come far fare a dio un’imenoplastica affinchè il passato non sia già dato una volta per tutte. Ed ecco che si deve dare la distizione tra potenza assoluta e potenza ordinata, ovverosia un puro possibile sganciato dall’atto, e ciò starebbe alla radice di una nuova immagine della natura come grande oggetto a disposizione di un soggetto che può liberamente disporne legittimando l’impresa tecno-scientifica. La contigenza sarebbe allora un’evidenza che giustificherebbe il nulla, e darebbe inzio alla soggettività, pensata come libertà del volere e sganciata dal vero come dal razionale.

E questo è solo un preludio della radicalità delle tesi sostenute da Ronchi nel suo nuovo libello contro la contigenza (ma non a favore di un becero necessitarismo), in cui abbiamo a che fare con una fatalità che parla alla primissima persona, alla quarta persona del singolare, Fourth Person Singular, come la voce del poeta, Allen Ginsberg, che viene indicata, deitticamente, da Lawrence Ferlinghetti. Insomma, con questo libro vorrei dire che si apre l’agenda del pensiero a venire, ma diciamoci la verità, l’agenda è già aperta e si sta già scrivendo, la tavoletta di cera che aspetta qualcuno possa incidere lo stilo è una pallida illusione, e un pensiero a-venire non esiste, c’è solo questa mostruosa spontaneità, potenza cieca intrascendibile, atto in atto del pensare, con il quale dare un altro senso, e aprire ad un’altra scena il giardino mistico, hortus conclusus, di Ulrich che è già, e sempre, il nostro.



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