Dr. Ainley:
Is there such a thing as insanity among penguins?
Werner Herzog (voice-over):
I try to avoid the definition of insanity or derangement. I don’t mean that a penguin might believe he or she is Lenin or Napoleon Bonaparte. But could they just go crazy because they’ve had enough of their colony?
Dr. Ainley:
Well, I’ve never seen a penguin bashing its head against a rock. They do get disoriented. They end up in places they shouldn’t be, a long way from the ocean.
These penguins are all heading to the open water, to the right.
But one of them caught our eye, the one in the center. He would neither go towards the feeding grounds at the edge of the ice nor return to the colony.
Shortly afterwards, we saw him heading straight towards the mountains, some seventy kilometers away.
Dr. Ainley explained that even if he caught him and brought him back to the colony, he would immediately head right back for the mountains.
But why?
One of these disoriented or deranged penguins showed up at the New Harbour diving camp, already some eighty kilometers away from where it should be.
The rules for the humans are: do not disturb or hold up the penguin. Stand still and let him go on his way.
And here he is, heading off into the interior of the vast continent. With five thousand kilometers ahead of him, he’s heading towards certain death.
Dr. Ainley:
Esiste qualcosa come la follia tra i pinguini?
Werner Herzog (voce fuori campo):
Cerco di evitare la definizione di follia o di squilibrio mentale. Non intendo dire che un pinguino possa credere di essere Lenin o Napoleone Bonaparte. Ma potrebbero semplicemente impazzire perché ne hanno avuto abbastanza della loro colonia?
Dr. Ainley:
Be’, non ho mai visto un pinguino sbattere la testa contro una roccia. Tuttavia si disorientano. Finiscono in luoghi in cui non dovrebbero trovarsi, molto lontano dall’oceano.
Questi pinguini si stanno tutti dirigendo verso l’acqua aperta, sulla destra.
Ma uno di loro ha attirato la nostra attenzione, quello al centro. Non si dirigeva né verso le zone di alimentazione ai margini del ghiaccio né tornava alla colonia.
Poco dopo lo vedemmo dirigersi diritto verso le montagne, a circa settanta chilometri di distanza.
Il dottor Ainley spiegò che, anche se lo avesse catturato e riportato alla colonia, si sarebbe immediatamente rimesso in cammino verso le montagne.
Ma perché?
Uno di questi pinguini disorientati o squilibrati si presentò al campo subacqueo di New Harbour, già a circa ottanta chilometri dal luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi.
Le regole per gli esseri umani sono: non disturbare né fermare il pinguino. Restare immobili e lasciarlo proseguire per la sua strada.
Ed eccolo qui, che si avvia verso l’interno del vasto continente. Con cinquemila chilometri davanti a sé, si sta dirigendo verso una morte certa.]
video –> https://www.youtube.com/watch?v=mnTU_hJoByA

Se il pinguino fosse nichilista saprebbe di andare incontro alla propria morte, al proprio annientamento, al nulla. Ma non lo sa. Cammina e cammina, il pinguino Adélie, nella sua immanenza vitale, mostrando che il comportamento del vivente non è predeterminato, bensì un atto autosussistente. La progettualità e il nichilismo, quest’ultimo come effetto collaterale della categoria del possibile , sono cose umane, troppo umane.
Penso allora al celebre apologo di Esopo: la rana e lo scorpione. Quest’ultimo muore pur di seguire ciecamente la propria natura. Ma cos’è, davvero, la natura? Qualcosa che sta alle spalle, iscrizione genetica, funzionalismo biologico, oppure un processo in corso, privo di finalità, che non ha come obiettivo la sopravvivenza della specie?
Insomma: but why? È l’umano Werner Herzog a chiederselo. I pinguini, o almeno questo pinguino, non si interrogano sul perché. Non riflettono: stanno nell’andare. Tutto è consegnato alla fatalità del passo, uno dopo l’altro, verso i ghiacci. Davanti a lui ci sarebbero cinquemila chilometri, ma poveraccio non possedendo una cartina del Polo come il regista, forse è spaesato, o forse intravede in lontananza il mare. O forse, come qualcuno ha voluto chiamarlo, Giorgio, sente che le montagne sono il luogo sacro per eccellenza, la verticalità ascetica.
Contro la maggioranza democratica che vuole figliare in santa pace e poi morire, il pinguino si incammina lungo una linea di fuga perigliosa, creativa, esiziale. Possiamo piangere il suo destino, oppure comprendere che ha incarnato una singolarità, sottraendosi al vagito della specie, come Arthur Schopenhauer chiama gli innamorati nella Metafisica dell’amore sessuale, per consegnarsi ai ghiacci e alla solitudine della propria esperienza assoluta.
Dovremmo allora esserne felici? Immedesimarci in lui? Riempirci il feed di questo eroe post-contemporaneo? Non credo. Anche se il feed non si decide, e il mio è inonondato dagli sfenisciformi. O meglio, noi siamo gli umani che si interrogano sul perché delle azioni e che, nel voyeurismo del cinema, si trastullano nell’ozio e nelle mollezze. Il pinguino, invece, è solo nel suo atto. Camminando verso lo spazio del non-dove, non sente di andare verso la morte. E percio, paradossalmente, è immortale, eterno.
Altro che nichilismo. Qui è in gioco la natura imprevedibile dei fenomeni biologici, a tutti i livelli. Antropomorfizzarli è inutile. C’è una fatalità, la fatalità del camminare verso la cima più elevata, come fece Gesù Cristo salendo il Calvario, con freddo, stenti, dolore e morte. E resurrezione nei meme, nel simulacro.


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