a cura di Domenico Licciardi
Sono passati più di cinquant’anni dalla pubblicazione di Paura e delirio a Las Vegas, romanzo-icona della generazione che, nel sessantotto, inaugurava tutta una serie di altre sottoculture (seguirono i proto-punk, i garbage kids, i punk, gli anarco-punk, i post-punk, la new wave… l’elenco è molto ramificato). Tutti conosciamo – per via diretta o grazie al film di Terry Gilliam del 1998, con Johnny Depp e Benicio del Toro – le parole forse più famose di Hunter S. Thompson:
So now, less than five years later, you can go up on a steep hill in Las Vegas and look West, and with the right kind of eyes you can almost see the high-water mark – that place where the wave finally broke and rolled back.
Non sappiamo dove l’onda si sia infranta, né ciò che serve per avere i giusti occhi. I moti giovanili sembrano destinati a scomparire. Siamo così abituati a questo destino da vederlo come un evento naturale, un “fatto di cultura”.
Sirât, film del 2025 diretto dal regista franco-spagnolo Óliver Laxe (Todos vós sodes capitáns, 2020; Mimosas, 2016; O que arte, 2019), è la sconfitta di una generazione tanto sonora quanto poco conosciuta: quella dei ravers. Una generazione per definizione “fuori”: fuori dal mercato, fuori dalle istituzioni, fuori dai luoghi autorizzati. Esponenti di una sorta di anarchismo pratico ed eterogeneo, portatore di elementi impensati, come i riti sciamanici o la spiritualità musulmana: “sirât” è il ponte che, nella tradizione islamica, porta al paradiso attraverso l’inferno.
Non si tratta dunque, soltanto, di un film generazionale: è un road movie, un film di guerra, una pellicola metafisica, che non risparmia colpi quando si tratta di raccontare la durezza della terra, della natura, della storia. L’inferno esiste, sotto i battiti della techno atmosferica di Kanding Ray.
Un padre, Louis, interpretato da Sergi López, cerca la figlia scomparsa. Ad accompagnarlo il giovane Esteban (Bruno Núñez), suo figlio minore. Giungono ad un rave nel deserto del Marocco, dove distribuiscono instancabilmente volantini. Missing.
Una mattina, l’esercito marocchino giunge a sgomberare e invita i cittadini europei a lasciare il paese. Si forma una carovana da cui un gruppo di ravers francesi – Stef (Stefania Gadda), Jade (Jade Oukid), Tonin (Tonin Janvier), Josh (Joshua Liam Henderson) e Bigui (Richard Bellami) – scappa. Louis ed Esteban li seguono. Da qui, comincia un’avventura e, sempre da qui, puoi fermare la lettura, se non hai visto il film. Non è uno spoiler allert, di cui a nessuno importa: Laxe è un regista di immagini. Il che significa che la storia non ha primato ma è subordinata allo shock visivo, cerebrale. Conoscerla significa perdere l’occasione di essere scioccati – occasione di cui ogni spettatore dovrebbe essere geloso. Tornando a questo articolo, fai conto di avere davanti a te un cartello con la scritta: “ZONA LIMITE”. La scelta è tua.
. . .

Il fatto è che l’esercito non dice il motivo dello sgombero. Lo si comprenderà solo più tardi: in Marocco è scoppiata una guerra. Gli sfollati ingorgano le pompe di benzina, un convoglio chilometrico attraversa il deserto, ci sono postazioni di artiglieria abbandonate. Il viaggio diventa un caos silenzioso, che si svolge in mezzo al nulla. Non resta che imboccare le strade di montagna ma è qui che si verifica la prima tragedia: un furgone cade da un dirupo, con dentro Esteban. La ricerca tormentosa di una figlia di cui non si sa niente si aggrava irrimediabilmente con la morte certa di un figlio.
Ma non è tutto. I ravers sanno che, quando Louis si riprenderà dallo shock, sarà terribile. Decidono dunque di somministrargli un rito, fatto di antiche piante e di subwoofer. Durante la danza, proprio mentre chiede più volume, Jade salta in aria. La terra, casa dei nomadi, diventa assassina: il campo è cosparso di mine anticarro. La libertà finisce sotto crudeli tattiche di guerra.
Nel finale, i superstiti viaggiano su un treno, tra quegli sfollati di cui sentiamo parlare quotidianamente. Ma non dal Marocco, bensì dall’Italia.
In effetti, Sirât ha l’enorme capacità di immergere un gruppo di europei nella vita quotidiana dei popoli extra-europei. I ravers sono nomadici. Inseguendo la libertà, diventano immigrati, reietti tra i reietti. È la punizione per non aver seguito le direttive di un esercito fatto da soldati che eseguono gli ordini di chi considera la terra – non una terra, ma la Terra, l’intero pianeta – come una proprietà da contendere.
Queste parole potrebbero perfino apparire banali. Ma risultano terribili alla luce di decreti che aboliscono i rave, perché i luoghi sono ormai sempre luoghi di proprietà; alla luce di conflitti ibridi, combattuti tanto con le bombe quanto con i contratti di acquisto dei terreni, come accade in Palestina; alla luce di una globalizzazione che santifica il possesso e la titolarità, producendo dati sulle diseguaglianze che non si erano mai visti nell’intero corso della storia umana.
La speranza è che le sconfitte non siano isolate ma si accumulino, producendo un’onda incapace di fermarsi. Al momento, sembriamo lontanissimi da questo punto. Ma è solo perché non conosciamo quelle sottoculture che, come i ravers, non producono manifesti. Può darsi, allora, che l’onda si alzi senza alcun preavviso. In un certo senso, questa speranza ha ormai il carattere di una necessità storica.

Lascia un commento