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Automazione, carta e scelta

La modernizzazione della Corea del Sud si è edificata anche sulla carta, una tigre di carta, forse, ma in questo caso in senso letterale. Materiale silenzioso e fragile, la carta possiede nella Repubblica di Corea una tradizione antichissima: l’hanji, ricavata dalla corteccia del gelso, raffinata fino all’estremo, legata per secoli a un’economia rituale, simbolica, lenta. A questa genealogia artigianale si è però sovrapposta, nella seconda metà del Novecento, un’industria cartaria severa e altamente competitiva, divenuta una vera e propria ossatura produttiva del paese.

In No Other Choice, Park Chan-wook non mostra direttamente il processo di produzione della carta. Mostra piuttosto i suoi esiti estremi: non soltanto l’anomia e il vuoto di senso del tardocapitalismo, ma gli effetti di un passaggio epocale, ormai in corso da decenni, dal regime analogico a quello digitale. L’odore della carta, aldeidi, acidi volatili, residui aromatici, la scissione delle catene di cellulosa, l’ossidazione della lignina, la formazione dei chinoni cromofori: tutto questo appartiene già a un altro secolo. Della carta continueremo ad avere bisogno, certo, ma sempre meno. È in questo orizzonte che si giustificano i tagli al personale che colpiscono la cartiera in cui lavora Man-soo.

Il licenziamento avviene in modo quasi grottesco (si viene congedati con un’anguilla), ma non è una stramberia isolata: è una delle molte dissonanze che attraversano il film, amplificate da una colonna sonora magistrale, perfettamente aderente alle immagini. Eppure il licenziamento resta una catastrofe. L’etica lavorista, pienamente interiorizzata, non può accettarlo se non attraverso un processo di auto-giustificazione collettiva e di vendetta. Ma la vendetta non è verticale, non colpisce manager, dirigenti o CEO. È una vendetta orizzontale, rivolta ai concorrenti diretti per il nuovo posto di lavoro. insomma, viviamo tutti la stessa vita. Park Chan-wook filma i delitti come si filma un processo industriale, con freddezza, con senso del dovere, talvolta persino con goffaggine. L’aspirante assassino resta un lavoratore maldestro.

Il punto è proprio questo: il lavoro ha già colonizzato l’intero campo dell’esperienza. Gli affetti familiari non sono un rifugio, ma un insieme di parametri da soddisfare. Mantenere una figlia talentuosa a lezione di violino, fare regali alla moglie, continuare semplicemente a vivere: no money, no party. Il sistema è autofago e impersonale; non conta il chi del lavoro, ma il risultato finale degli sforzi. In questo senso, il film richiama la sostituibilità radicale di American Psycho, pur con decenni di distanza e senza compiacimento.

La chiusura è forse il momento più enigmatico e filosoficamente decisivo: un uomo con un bastone, colpevole e insieme innocente agli occhi della società, che batte il rullo automatico della cartiera per verificarne una qualità ormai irrilevante. Il bastone è una protesi tecnica, quasi heideggeriana; l’automazione, invece, non ha più bisogno di nulla che non sia se stessa. La macchina produce, si autoregola, si giustifica. All’umano se non diventare macchina efficente e omicida anch’esso, non resta alcuna possibilità di scelta, No other choice.

la straordinaria playlist del film, (sarebbero tanto da approfondire musicalmente questi artisti coreani, spero lo faccia presto una mia amica, tanto legata all’estremo oriente):



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