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Dopo il secolo deleuziano


a cura di Christian Frigerio

“Un puro metafisico”. La definizione che Gilles Deleuze diede di sé in un’intervista ad Arnaud Villani incapsula l’aspetto più unico e inattuale del suo pensiero, quello che, in un periodo dominato dalle chiacchiere sulla sua “fine”, riconsegnava la filosofia alla sua vocazione più autentica. È la stessa definizione a dare il titolo al convegno svoltosi a fine gennaio 2026 presso la Sapienza di Roma, che, con un mese di ritardo – “il tempo è fuori dai suoi cardini”, scherza nell’introduzione ai lavori Francesco Valerio Tommasi, organizzatore del convegno insieme a Vincenzo Antonio Fusco e Gabriele Nino – chiude idealmente l’anno che celebra il centenario della nascita del filosofo francese.

Le ricorrenze hanno costellato l’Italia: Palermo, Milano (ben tre convegni: Statale, Cattolica, San Raffaele), Reggio Emilia, Verona, Padova… Più che di una consacrazione, si tratta della conferma di quello che una generazione (ma ormai due, forse qualcosa di più) che si è lasciata affascinare dal suo pensiero sa fin troppo bene: che Deleuze è un filosofo classico, che appartiene allo stesso canone di Platone, Tommaso d’Aquino e Hegel, e che le sue spalle di “puro metafisico” hanno sopportato per anni lo sforzo solitario di preservare la filosofia nella sua sembianza originaria. Più ancora che il pensiero della differenza, dell’immanenza, della creazione, è questa la ragione del fascino che la prosa di Deleuze, traumatica al primo impatto, continua a esercitare, innescando un divenire semovente verso il limpido piano d’immanenza che essa esprime.

Era lo stesso Deleuze a rappresentarsi come il filosofo più “innocente” della sua generazione, l’unico a non saper provare vergogna nei confronti della propria vocazione. Sempre lui sosteneva che si dovesse rispondere in maniera aggressiva alla più classica delle domande, quella sull’utilità della filosofia, domanda passivo-aggressiva che asserisce illocutivamente l’inutilità dell’interlocutore e che prende la forma di un circolo vizioso: non si presta ascolto alla filosofia perché la si dichiara inutile, cosicché la filosofia diventa inutile, lo diventa per davvero, nella misura in cui la si ignora. Come lamentarsi dell’inutilità della medicina perché un paziente muore dopo che non si sono seguiti i precetti del medico. Come pretendere che la filosofia debba adempiere al suo ruolo nel mondo in maniera automatica, che non abbia bisogno, come ogni pratica, d’essere ascoltata, sostenuta, accudita, amata.

Il circolo vizioso ha funzionato a meraviglia. Sarebbe superfluo perdersi in una nuova lamentela sulla burocratizzazione delle università – una realtà decennale che negli ultimi anni ha conosciuto una violentissima accelerazione. I dipartimenti di filosofia, e anche i meccanismi da attraversare per entrarci, somigliano sempre meno alla Scuola di Atene e sempre più a una parodia di Kafka. Tutto è funzionale all’eliminazione del luogo istituzionale per la filosofia, alla preparazione delle espulsioni di massa dai dipartimenti (anche delle altre facoltà, in verità, che però offrono sbocchi ben più vari e validi). Senza romanticizzare l’università dei “bei tempi andati”, che priva di difetti certo non era, bisognerebbe prendere atto della decisione, solo parzialmente imposta dall’alto, che il nostro mondo non sa che farsene del filosofo come figura professionale.

Ma potrebbe non essere una notizia così cattiva. Il filosofo professionale è un’invenzione recente. Spinoza molava lenti, Leibniz scriveva tra una missione diplomatica e l’altra. Il filosofo istituzionale era un compromesso che non poteva durare: se esso ha liberato la vocazione al pensiero da molte incombenze, ha anche comportato una nuova serie di vincoli, nonché un fatale allontanamento dal mondo della vita. Non si può smettere di lottare per il riconoscimento della dignità istituzionale della teoresi, soprattutto per chi, uscendo dai licei con innocente meraviglia, ancora decide di iscriversi a filosofia. Ma quello che si auspica da decenni, la scoperta di luoghi dove fare filosofia al di fuori delle università, potrebbe diventare una necessità inderogabile di fronte a un crescente esercito filosofico di riserva che nei prossimi anni non troverà spazio nei pochi varchi lasciati aperti dalle università. Ancora Deleuze: la filosofia è creazione di concetti. Ma potrebbe anche essere, per essenza, creazione delle istituzioni nelle quali essa si possa esercitare? Si dovranno inventare nuovi compromessi, nuovi modi di far coesistere passione e sussistenza. Ma forse, liberata da queste incombenze e dall’inserimento coatto in un ambiente dominato da criteri di utilità che non le appartengono, la filosofia potrebbe scoprire una via di fuga dalla “vergogna” diagnosticata da Deleuze nei suoi contemporanei.

Una sequenza di C’era una volta in America mostra i gangster protagonisti, ironici e decadenti, celebrare la fine del proibizionismo, e dunque la propria disoccupazione, con una gigantesca torta a forma di bara. Una romantica elegia per i tempi da contrabbandieri e allo stesso tempo un inno alla possibilità di reinventarsi, di diventare qualcosa di nuovo. Senza sminuire il senso di comunità, di allegro ritrovo e la gioia propriamente filosofica che hanno caratterizzato i convegni dell’anno deleuziano, queste celebrazioni presentavano un sottotono non troppo diverso, quasi da funerale della filosofia istituzionale. Una presa d’atto che la filosofia, contrabbandiera tollerata con riluttanza dalle istituzioni, dovrà scoprire per sé stessa nuovi modi d’esistenza. Piange un po’ il cuore a pensare alle aule nelle quali teneva lezione Deleuze, piene di fumo come le strade della New York di Sergio Leone, della quale ora sembrano ricalcare anche la nostalgia onirica o oppiacea, il ricordo-lutto di qualcosa che sta scomparendo. Ma la filosofia può preoccuparsi delle istituzioni solo in quanto sta fuori dalle istituzioni e contro le istituzioni (la celebre “macchina da guerra”), solo in quanto è metafisica pura, solo in quanto è metafisica anche quando si occupa di politica ed etica. L’influenza della filosofia sul mondo che la partorisce potrebbe persino esercitarsi meglio da questa posizione d’esteriorità strategica, che le riconsegnerebbe la vocazione alla “resistenza al presente”.

La filosofia, scriveva ancora Deleuze in Nietzsche e la filosofia, è la creazione di modi d’esistenza. A essere in gioco da questo momento sarà il modo in cui la filosofia esisterà nel prossimo secolo. In un secolo post-deleuziano, la filosofia dovrà lottare per rimanere deleuziana – cioè per rimanere filosofia, per resistere. Con la speranza che, in mezzo alle tante cose per le quali è sano e indispensabile provare vergogna, almeno nella filosofia si possa conservare un po’ di orgoglio.



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