a cura di Domenico Licciardi
L’evento
Ieri si è tenuta a Roma una giornata di ricordo in onore di Paolo Virno: attivista, filosofo, combattente. L’evento si è tenuto all’ESC, storico centro sociale di Roma. Per un giorno, la filosofia è tornata ad essere lotta e la lotta memoria viva. E con lei (con la memoria) accade l’evento del pensiero: un pensiero vivo di cui ci si stupisce e ci si rincuora, giacché pensare è un’attività fatta di lunghi periodi solitari, interrotti da momenti di condivisione – da feste del pensiero – sempre più rari.
ESC Atelier autogestito si trova in Via dei Volsci, tra San Lorenzo e il Verano. Era un antico magazzino abbandonato, occupato finalmente nel 2004. Si tratta, più precisamente, di uno spazio bianco, di un non-luogo divenuto spazio di azione, di mostre e discussioni politiche, culturali, sociali. Tutt’intorno, quadri post-moderni e un bel manifesto grafico di “Potere Operaio”, su cui le parole diventano disegno astratto, in perfetto stile costruttivista. Ben visibile, su una colonna portante a base quadrata, la bandiera della Palestina.
Si respira un’atmosfera di collettività: il riverbero doppia il vociare degli amici (chiamarli “partecipanti” è riduttivo), facendone qualcosa come un coro in lontananza. Giacche vintage, borse di tela, sciarpe più o meno vistose: la città quotidiana, diffusa, che si raccoglie intorno a un uomo che è stato di sicuro più di uno, più di se stesso.

L’azione e il pensiero
Riprendiamo il filo della memoria. Nel giugno del 1979, Paolo Virno, co-fondatore, insieme a Oreste Scalzone e Franco Piperno, della rivista Metropoli, viene arrestato. L’accusa è di attività eversive. La condanna giunge in primo grado. L’assoluzione arriva invece solo otto anni dopo, nel 1987.
L’arresto non è percepito da Virno come una semplice vicenda giudiziaria. «L’accusa di banda armata – afferma nel corso del documentario Luoghi comuni (2014) di Marco Ugolini e Mario Gomes – offende una lunga stagione di attivismo politico». L’accusa non è solo un’ingiustizia, confermata dall’assoluzione ma è una tattica riduttivistica, il cui obiettivo è il contenimento della libertà.
È essenziale chiarire, infatti, che Virno ha sempre condannato la clandestinità armata e non ha mai puntato ad un “assalto ai palazzi del potere”. Egli pensava piuttosto ad una sottrazione, ad un minus – di potere. Il che significa: creazione di comunità con regole di democrazia diretta e trasformazione del sapere tecnico in strumento di liberazione.
L’ultimo punto è particolarmente proficuo per un discorso che guarda alla contemporaneità. La creazione di comunità libere dipende anche da una rivoluzione – avviatasi negli anni Sessanta e Settanta – in seno all’organizzazione del lavoro. L’automazione stava portando, proprio in quegli anni, ad una intellettualizzazione del lavoro manageriale. Si trattava allora di estendere questo movimento fino ad una liberazione del proletario dal lavoro salariato. Come, per Walter Benjamin, la rivoluzione borghese o liberale del 1789 rende possibile la liberazione della forza arcaica che ne costituisce la potenza – ossia l’idea di un vantaggio che doveva riguardare non soltanto una classe ma tutta l’umanità, secondo gli ideali di libertà, fratellanza e uguaglianza universali –, per Virno l’automazione e la crescita dell’intelletto generale (General Intellect) pongono le basi materiali affinché la cooperazione sociale possa emanciparsi dalla forma del lavoro salariato, pur restando consapevoli che nel post-fordismo tale potenziale viene invece catturato per produrre plusvalore proprio attraverso il linguaggio e il pensiero. Vale dunque la pena di sostare su questo punto, senza alcuna pretesa – va da sé – di farne un sunto del pensiero politico di Virno.
Il presupposto da cui egli procede è che l’epoca contemporanea sia quella in cui la dimensione astratta o intellettuale non risulti dall’astrazione delle condizioni socio-politiche attuali ma che sia diventata una componente di quelle. Ciò comporta che l’azione politica, pur senza rinunciare ad essere “azione”, non può che agire al livello (intellettuale) delle strutture. Il capitalismo prende la società al livello delle condizioni di possibilità dell’esperienza storica. Il capitalismo, insomma, prende il linguaggio, la dimensione del possibile, l’idea di istituzione. Sono questi gli elementi che il pensiero rivoluzionario deve interrogare, riconducendo i “luoghi comuni” della mente (le facoltà logico-linguistiche condivise) a forme di vita politica ed esperimenti di autogoverno locale, così da sottrarre le invarianti antropologiche (la metastoria) al dominio contingente dei rapporti di produzione (la storia). L’attenzione di Virno ad elementi strutturali, quali le facoltà, sovverte l’assunto post-strutturalista per cui il potere agisce tramite la naturalizzazione di fenomeni risultanti da condizioni storiche. Al contrario, è nell’intreccio tra storia e natura a costituire l’oggetto della riflessione filosofica, il cui rapporto con l’azione politica non può essere costruito a posteriori ma deve mergere del tutto spontaneamente.
Nonostante questa distanza effettiva dal post-strutturalismo, la maturità del pensiero di Virno lo vede vicino all’ultimo Foucault. A partire dall’ultima ermeneutica foucaultiana, egli sviluppa l’idea dell’uso di sé – elemento che lo conduce a domandarsi: «quali sono gli esercizi spirituali del comunista odierno?». Tali esercizi non vanno intesi come una cura di sé privata, ma come pratiche collettive volte a coltivare una certa capacità di distacco, di staccarsi da sé e dal prodotto delle tecniche capitalistiche di soggettivazione. Un discorso che sembra rispondere, anche, al grande problema di Althusser – se la soggettivazione è il risultato dell’ideologia, come liberare il soggetto dal suo sostrato ideologico? Per rispondere a questa domanda, Paolo Virno – grazie anche alle letture di Simondon – sposta la questione dal piano dell’individuo a quello dell’individuazione. In questo processo, il singolo attinge al “pre-individuale” (il linguaggio, il sapere comune) per rendersi soggetto unico senza mai recidere il legame con la collettività. Qui si gioca la posta – e l’enigma – di un habitus trascendentale: idea stimolante, propria di una personalità intellettuale in grado di superare le contraddizioni nette – pensiero e azione, storia e natura, struttura ed empiria – e che vedrà sorgere intorno a sé una ricca fioritura di studi italiani e internazionali.
L’uso di te
Torniamo, in conclusione, al presente. Laddove l’élite del mondo, in assenza di alternative, rivela il proprio volto – di cui Trump e i “vincenti” della Silicon Valley non sono l’eccezione ma la regola –, si conferma che il giovane Virno aveva ragione, che non ha sbagliato nulla perché la lotta è l’unica scelta (insistiamo: l’unica scelta punto). Se lo è stata nel passato, ad oggi lo è in misura ancora maggiore: oggi, che la maschera è caduta; che il potere tecno-finanziario, il razzismo e il fascismo si mostrano con un volto solo – la loro vera faccia; che il capitalismo non ha più alcun interesse a nascondersi dietro i lemmi della crescita per tutti (a cosa serve convincere le masse? Ormai non c’è alternativa alcuna).
D’altro canto, però, non è un caso forse che, pur in assenza di modelli socio-economici autenticamente differenti, il capitalismo sia ossessionato dal “pericolo comunista”, tanto da farne lo sport più diffuso tra i suoi membri. In realtà, ciò che il capitalismo teme non è il comunismo ma qualcosa che “lui” non si può annientare: la possibilità della scelta etica, di una scelta che induce ad abbracciare la forma di vita dell’impegno. La possibilità che si diffonda l’idea per cui l’uso che il capitalismo fa di te non sia l’unica alternativa.
“Usar-ti” è l’attività più propria del potere. “Usar-ti” esprime qui lo sfruttamento. Ma se l’uso passa nelle tue mani – se si passa, cioè, da “usar-ti” a “usar-ti te”, ove il “te” è un pronome che esprime il soggetto finale, che si costituisce come sostanza soltanto alla fine di un processo di individuazione – se tutto questo accade, la lotta si realizza in una forma razionale: quella dell’“uso di te”.
Foto di Silvia Vizzardelli












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