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Cercate Amelia Rosselli…e fuoriuscite

a cura di Letizia Papaianni

Trascorsi trent’anni dalla cruciale data dell’11 febbraio 1996, ci si pone, prima di tutto, una domanda che deve necessariamente precedere l’imperativo, altrimenti sterile, presente nel titolo: Come cercare Amelia Rosselli?

Non ci si chiede doveperché, ma solo come, in che modo, affinché sia manifesta l’obbligatorietà della prassi. Dal pragmatismo del come si delinea un intricato dove e, a patto di levare il nostro placido sguardo egoriferito per rivolgerlo altrove (il suo altrove, dal quale scaturì la poesia; il nostro, che oggi la rivive), si incorre, infine, nella necessaria e piacevole sventura di capire il perché. L’interrogativo d’apertura prende in prestito un verbo ricorrente in larga misura nella produzione rosselliana; è sufficiente ricordare il famoso monito «Cercate Ortensia» in La Libellula e la sua «vibrante umiltà che non si sa dar pace».

Nelle numerose occorrenze del termine esso contiene sempre in potenza il verbo cerchiare, al quale è legato etimologicamente, essenziale poiché rappresentante del principium individuationis del mandala junghiano che partecipa all’impalcatura teorica delle Variazioni belliche e de La Libellula. Se cercare è cerchiare, l’atto poetico, in Rosselli, non procede linearmente da un punto A verso un punto B, come nel pensiero analitico occidentale, bensì compie una rotazione attorno ad una stabilità che costantemente si sottrae. La poeta lo specifica in La Libellula: «E così saprai chi sono; la stupida ape che ronza / per un punto fermo». Date queste premesse, si evince come mai, nel cercare Amelia Rosselli, sia il caso di non pensare da occidentali, senza mai dimenticarsi di esserlo (e, in questo, non si è privi di una certa vergogna sociale). Ruotare attorno alla sua figura in un atto di immersione esperienziale, alla maniera orientale.

Si cerca Amelia Rosselli nella sua biografia: l’assassinio del padre e dello zio, Carlo e Nello Rosselli, dai sicari della Cagoule nel 1937, il trilinguismo testimone degli anni da rifugiati, la malattia e la morte della madre Marion Cave nel 1949, il rapporto con il cugino scrittore Moravia, l’incontro con Rocco Scotellaro nel 1950 e la morte dell’amico nel 1953, la malattia, le sedute psicanalitiche, le ossessioni, l’iscrizione al PCI, le amicizie letterarie e il tragico suicidio che, avvenuto trentatré anni dopo quello dell’amata Sylvia Plath, perpetua la simbologia cristica della sua poesia. Si cerca nei primi anni della sua formazione, negli incontri culturali a casa della nonna Amelia Pincherle Rosselli a Firenze o nell’esperienza presso la scuola di Darmstadt. Si cerca nella distanza o nella vicinanza al Gruppo 63, nei rapporti con Levi, Carpitella, Scotellaro, Dallapiccola, Pasolini e nelle parole che gli altri hanno avuto per lei. Si cerca nella sua produzione, dall’esordio del 1964 con Variazioni belliche e con il battesimo, non privo di ripercussioni critiche, di Pasolini in Notizia su Amelia Rosselli, fino ad Impromptu. Brevi e vuoti accenni, qui imposti da ragioni di spazio, che non possono restituire il senso profondo di questo cercare. Tuttavia, il movimento incessante della pratica rivoluzionaria, che fu la sua poesia, affiora con chiarezza in una delle Variazioni, come preghiera imperante lanciata dalla stessa Rosselli: «Cercatemi e fuoriuscite».

Ruotando intorno alla sua produzione, trascorsi trent’anni dalla morte, si scopre che urge ancora, e forse più che mai, l’esercizio politico-letterario di quel babelare commosso, che fu il manifesto del suo esordio poetico, aprendo la prima raccolta. Un babelare commosso e pur sempre bellico come le sue Variazioni, che possa scuotere il capo di fronte alla vile apnea senza respiro dei nostri veloci, ciechi e stupidi affanni. Attraversare le norme del linguaggio, turbarle e metterle in croce. Parlare zoppicando, ironizzare su chi si fa vanto tanto delle parole quanto delle mani pulite, che ora sono diventate di ghiaccio. Ed ecco che nella furiosa e sofferente babele di questo cercare ritorna «l’inatteso aspetto del mondo, coi suoi tetti contratti da una lunga malattia» (Diario ottuso) che non abbiamo ancora capito.Praticando un disperato contrasto nei confronti del miasma delle sfacciate politiche imperialiste, allontaniamo da noi qualsiasi sentore celebrativo che possa ridurre l’anniversario di una data ad un infecondo ricordo e desideriamo, piuttosto, di imparare, attraverso la memoria di Rosselli, ad inciampare furiosamente sulle parole, a smuovere le acque della falsa sicurezza nelle quali stiamo annegando. Cercate Amelia Rosselli e, assumendo nella nostra gola gli «infelici nodi» (La Libellula) della sua scrittura, trovatela per comprendere, come Fortini diceva che Rosselli avesse fatto ai suoi tempi, «di quale morte stiamo morendo» (Leggere e scrivere, Fortini, Jachia). Non dimenticate, poi, di fuoriuscire, affinché non sia mai sterile l’atto del cercare.

Cercatela.

Trovatela nella sua lingua che, come leggiamo in Spazi metrici, è «di volta in volta una sola, mentre la mia esperienza sonora, logica e associativa è certamente quella di tutti i popoli e riflettibile in tutte le lingue».

E poi fuoriuscite.


da Variazioni belliche

Il Cristo trainava (sotto della sua ombrella) (la sua croce) un
informe materiale; parole trainanti nella polvere del dipinto
del chiostro di vetro. Sotto della sua chiostra di vetro
il Cristo trainava una sciabola. Dodici pecore sogghignavano
distrattamente alla sua predica. Io montavo in arabeschi
il mio pudore dozzinale, su per le vetrate ricurve della
sua sala da pranzo, margherite colate in piombo su dei prati
e i cieli oscuranti di blu feroce. Io salivo i gradini della
pietà molto ben concentrata in se stessa, con la croce quadriforme
della sua durezza alle spalle. Il Cristo incrociato era una
colomba, che spaziava teneramente, lusingava con la sua coda
i teneri colori del cielo appena accennato. Il Cristo deformava
il mondo in mille maniere, catacombe delle lacrime. I suoi
occhi Bizantini splendenti e crudeli stagliavano rondinelle
nel cavo del cuore. La crudeltà si faceva forse meno maestra
del mondo, o universo con la sottana troppo piccola, se lui
piangeva. Io che cado supina dalla croce, m’investo della
sua mantella di fasto originario. Bellezza armonia che scintilli
anche per i prati ora secchiti: marmo che non cade, curva
di spalla sepolta e rinata, con la spalla che intacca i geroglifici
del mondo. Forma cunea, alfabeto – triangolo, – punta al cielo
le tue dita sporcate di terriccio.

da Serie ospedaliera

E morire per te è vano: ma più vano ancora
questo dissimulare una parvenza di vitalità
quando mi scacciasti dal borgo, i tuoi occhi
affratellati.

Più vano ancora questo voler essere per altri
altro che cristiano; insomma una guida o
un guidato, un sasso o un tonfo, una miniera
o la sua polvere. Più vano credersi portatori
d’un messaggio augurale, d’un trionfo della
vita, più vano l’essere, in condizioni estreme
il navigatore esperto.

Se coraggio manca alla vita: è questa credenza
di se stessi, che ce lo toglie – esso non
serve, a mitigare le pene, a cancellare malattie
irrefrenabili, insolubili. (E punto la penna
verso un cielo terso, che naviga lontano
indifferentemente guardingo, che tu non cada.)

Nuvoli quadrati ci guardano e sospirano:
si macilenta da sé, crede di ringiovanire
borbottando maledizioni. La pace in terra
avrai, se non ci guardi più, se premi
dal miracolo, solo parvenze.

I morti benedicono l’anima, e poi la trasportano
al più vicino cimitero.



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