a cura di Giulia Tiano
Il personaggio del Conte Dracula, nato dalla penna di Bram Stoker nel 1897, ha da sempre rappresentato una delle icone più influenti e durature della storia. Sebbene non sia stato il primo vampiro nella letteratura, ricordiamo ad esempio Il vampiro di John William Polidori del 1819, ha sancito la nascita di un vero e proprio simbolo culturale legato al mondo aristocratico, caratterizzato da segreti e contraddizioni. Il personaggio è una metafora degli aspetti più profondi e intimi degli uomini del XIX secolo, percepiti come minacciosi per la moralità dell’epoca.
La presenza di Dracula all’interno del romanzo è soprattutto spirituale, quasi passiva: lo vediamo agire direttamente in poche scene, mentre per il resto il suo nome aleggia nei discorsi degli altri protagonisti ed è come se fosse un fantasma capace di inquietarci anche senza apparire. Questo aspetto, tuttavia, tende a vanificarsi nelle varie rappresentazioni.
L’operazione di retelling attuata da Besson, ambendo alla modernizzazione del mito, depotenzia fortemente i due nuclei tematici essenziali dell’ideologia portata avanti nel romanzo: la lotta contro il male e la crisi interiore degli uomini.
In primis, il trauma di Jonathan Harker viene totalmente omesso e anzi risolto in pochi minuti nel film: un elemento problematico, poiché il trauma non viene adeguatamente affrontato né elaborato, facendo passare il consueto messaggio che le problematiche legate alla psiche possano essere risolte senza particolari attenzioni. Nel romanzo, invece, vediamo chiaramente che l’esperienza lo cambierà nel profondo, rendendolo un uomo più cupo e riflessivo, con frequenti attacchi di ansia che faranno accrescere in lui una furia vendicativa notevole.
Il personaggio di Lucy, che nel romanzo rispecchia l’ideale di purezza e innocenza, viene sostituito da “Maria”, un’eccentrica vampira passionale al servizio del Conte che non ha nulla a che vedere con il concetto di erosione lenta e crudele che è costretta a subire Lucy.

L’insinuarsi del male in quest’ultima ci viene raccontato lungo un percorso tortuoso che, di tanto in tanto, ci dona speranza attraverso il temporaneo miglioramento delle condizioni di salute della ragazza, ma che non tarda a demolire ogni accenno di positività attraverso rapidi declini:
Se ieri, vedendola, ero rimasto scioccato, oggi ne sono stato sconvolto. Era di un pallore spettrale, terreo: il rosso delle labbra e delle gengive sembrava essere svanito, e le ossa del suo volto sporgevano in modo vistoso; il suo respiro era doloroso da vedere e sentire. […] Lucy sembrava immobile, non sembrava nemmeno avere la forza di parlare. (B. Stoker, Dracula, Giunti editore, 2024, pp. 184-185)
La morte fisica non segna la fine del calvario di Lucy, la quale, ormai trasformatasi in vampira, viene definita la Non-Morta. Il suo tragico destino culmina nel gesto disperato compiuto dal suo promesso sposo Arthur Holmwood: nel film il sacrificio di Maria viene rappresentato in una scena più comica che tragica, in un caos soffocante e in una sequenza troppo veloce per un tema così delicato. Nel libro il processo avviene lentamente: il personaggio del dottor Van Helsing, professore olandese esperto del mondo soprannaturale, assume una funzione paterna nei confronti di Arthur, accompagnandolo dolcemente nel triste atto:
Io sono disposto a farlo, ma c’è qualcuno tra di noi che ne ha più diritto, no? Non sarà una gioia pensare nel silenzio della notte, quando il sonno sta per arrivare:《La mia mano l’ha mandata in cielo; la mano di chi l’amava di più; la mano che lei, tra tutte, avrebbe scelto, se avesse potuto scegliere?》 Ditemi se c’è qualcuno così tra di noi”. Abbiamo guardato tutti Arthur. Anche lui se n’è accorto, e ha capito l’infinita bontà del nostro suggerimento: avrebbe dovuto essere la sua mano a restituirci la santità di Lucy. (Ivi, p. 319)
Successivamente, tra i compagni vige un silenzio religioso, sacrale: si percepisce bene il dilemma di Arthur, il quale è in conflitto con se stesso; egli infatti deve uccidere definitivamente la donna che ama per un fine superiore, ovvero salvare degli innocenti che potrebbero essere morsi da Lucy:
Quel terribile compito era concluso. Il martello è caduto dalla mano di Arthur. Lui ha barcollato e sarebbe crollato a terra se non lo avessimo preso. Goccioloni di sudore gli scendevano dalla fronte e aveva il respiro affannato. Era stata davvero una tensione terribile; se non si fosse sentito costretto a portare a termine quel compito da considerazioni più che umane non ce l’avrebbe mai fatta. (Ivi, p. 321)
Nell’interpretazione di Besson tutta la potenza emotiva e spirituale propria del gruppo di amici intenti a salvare le due donne viene riversata nel personaggio di Dracula, il quale diventa un soggetto patetico nel senso etimologico del termine. Lo spettatore familiarizza con lui, e la storia della sua ricerca dell’amore perduto (che in realtà non esiste nel romanzo, poiché è un espediente narrativo ideato da Coppola per il film del 1992) ci viene ribadita ben due volte in momenti differenti: la prima all’inizio del film, la seconda quando sta per uccidere Harker. Un momento non casuale, in quanto aiuta a ridimensionare l’azione malvagia del personaggio, facendo sì che lo spettatore continui a empatizzare con colui che dovrebbe essere l’antagonista.

Usciti dalla sala, a fine film, ci rendiamo conto di odiare profondamente i personaggi che hanno ucciso il nostro caro vampiro, il quale non ha potuto vivere la sua storia d’amore tanto ardente e cercata. Si tratta di una ristrutturazione della gerarchia morale della narrazione: da personaggi comprimari diventano antagonisti, e Dracula diventa l’unico e assoluto eroe protagonista della storia. In tal modo finiamo per condannare coloro che hanno estirpato il male nel mondo, coloro che hanno rischiato la vita pur di ottenere la libertà. La distruzione del mostro non appare più come un atto necessario, ma come una privazione ingiustificata.
La cultura pop, ancora una volta, ha masticato e rigurgitato un grande classico: se nella versione offerta da Coppola un senso di grottesco e di orrore verso Dracula veniva conservato, ora viene del tutto eliminato in favore di una visione romanzata e svuotata. Potremmo dire, citando Anders, che:
venuta a mancare la possibilità di ricorrere all’elemento tragico, perché dove non c’è mondo non ci può essere collisione con il mondo. O più esattamente: la tragicità di questa esistenza consiste nel fatto che neppure la tragedia le viene più concessa, che è sempre anche tutta una farsa. (Günther Anders, L’uomo è antiquato, Milano, Bollati Boringheri, 2023, p. 205)
Tutto ciò non fa altro che alimentare una realtà fatta di spettatori sempre più passivi, incapaci di rifiutare la risemantizzazione del negativo. Senza un mostro da combattere si annulla in noi il sentimento di rivalsa e la necessità di condannare; subentra la deresponsabilizzazione che sfocia nell’etica dell’impunità: ci sentiamo sollevati dalle conseguenze delle nostre azioni poiché questa nuova società ci promette un’assoluzione totale. Attraverso il filtro empatico tutti siamo martiri e, dunque, ne usciremo sempre e comunque vincitori.


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