[il mangiatore d’oppio, Breve studio su Thomas De Quincey, Claudio Gargano, Graphe Edizioni, Perugia 2026]
a cura di Gabriele Abate
Thomas De Quincey è uno scrittore futile e sensazionale. Eccessivo, ipertrofico, ossesso, oppiomane, incostante, grafomane: il grande autore inglese ha scritto di tutto e su tutto. Dalla rivolta dei tartari alle società segrete, passando per gli oracoli romani, gli ultimi giorni di Immanuel Kant, l’assassinio come una delle belle arti, Giuda Iscariota, Giovanna d’Arco e tanto tanto tantissimo altro. De Quincey, non si sa bene come né con quali demoniche forze, costruì una sorta di enciclopedia sconclusionata, da pubblicista, una proliferazione di testi che si estende dal giorno in cui, nel luglio del 1802, si mise in cammino con un ombrello e un piccolo volume in dodicesimo contenente circa nove drammi di Euripide, fino al dicembre del 1859, quando morì in una fumosa Edimburgo, vecchio erudito che aveva dissipato la propria vastissima cultura in libretti, articoli di giornale, saggi occasionali e bizzarre divagazioni letterarie.
Ecco, dissipare l’erudizione. Forse è questa la vera vocazione di De Quincey, il principe dei cavillatori: disperdersi e depensare per diventare uno scrittore assoluto, dove la letteratura è in ogni oggetto del mondo, ubiquitaria, infinita, un incircoscrivibile che non cessa mai di scriversi. E infatti De Quincey non smette mai di digredire, si sposta continuamente, nella vita come nella scrittura, con un movimento erratico, febbrile, incessante. E in fondo la sua vita è altrettanto avventurosa della sua prosa, altrettanto ipotetica, quasi congetturale.
La vita di De Quincey sembra svilupparsi come una superficie infinita, senza profondità, fatta di episodi, fughe, incontri e allucinazioni. Nel luglio del 1802 il giovane Thomas lascia la Grammar School di Manchester, un baule rotola dalle scale e l’adolescente scompare nella notte con un ombrello e un volume di Euripide in tasca. Da quel momento l’esistenza è tutto un andare; in una Londra ottocentesca, da romanzo dickensiano, conosce la miseria e i paradisi artificiali dell’oppio, diviene un molle orientale che vive silenziosamente un paesaggio mentale anacronistico e fantasioso, un visionario, un genio della prosa, lo scrittore-universo che, da solo, può rappresentare un’intera letteratura, come diceva Citati.
Campione dell’ossimoro, De Quincey rifiuta le opposizioni binarie e l’ascensionalità dialettica scommettendo invece sull’et et, e nelle sue dilazioni maniacali diventa scrittore per il XXI secolo. Così Claudio Gargano, per i tipi di Graphe Edizioni (casa editrice che non a caso ha tanto curato la pubblicazione di libri ad argomento manganelliano ed eccentrico), pubblica un breve studio sull’autore. E dato che in Italia la ricezione di De Quincey è stata abbastanza sporadica e diradata, concentrata soprattutto nelle sue due opere principali (Confessions of an English Opium-Eater e On Murder Considered as One of the Fine Arts), il volume quantomeno rilancia gli studi sullo scrittore inglese e ne ammette primariamente l’esigenza e la necessità: «in un tempo dominato dalle scuole di scrittura creativa che insegnano uno stile normativo e rendono difficile se non impossibile distinguere un narratore da un altro, De Quincey, precorrendo “l’arte verbale di Henry James” (Pietro Citati), si presenta come un retore che si “consuma tutto nelle sue frasi”, attraverso un “parlare indiretto” capace, rispetto all’idea di un’arte al servizio della morale, di privilegiare la futilità e la frivolezza sotto forma di “dilazioni maniacali” (Giorgio Manganelli), di arabeschi mentali che, nel rispecchiare una mente errabonda e labirintica, finiscono quasi per sovrapporsi con le loro intricate ramificazioni al testo stesso».
E in effetti Manganelli definisce De Quincey «divagatore d’elezione», capace di trasformare alchemicamente tutto ciò che tocca in frammento e chiosa. Sarà stato anche l’oppio, chissà, o forse la tendenza morbosa a meditare troppo e una inclinazione naturale per la vita solitaria. Gargano ricostruisce le varie edizioni e riedizioni delle Confessions, e sottolinea come nell’edizione del 1856, l’ultima, se non sbaglio, dell’autore troviamo «numerose digressioni che, pur rivelandosi il più delle volte di scarso interesse, finiscono per diventare le vere protagoniste del libro al posto dell’oppio» e che tali divagazioni conferiscono alle Confessions «quel carattere di geometrico delirio». Perché, pensandoci, il paradosso di De Quincey quando lo si legge è proprio questo: da una parte la bizzarria della materia trattata e dall’altra la pulizia e l’eleganza geometrica della sintassi. La prosa risulta solenne, disciplinata, nutrita di letture latine e di predicatori secenteschi, e irretisce l’ingenuo lettore.
Anche nell’On Murder, «il trattato più paradossale di tutta la letteratura inglese», abbiamo a che fare con un retore, abilissimo nel provocare e portare a spasso il lettore. Ora leggiamo integralmente, lasciando come è giusto il posto a TDQ, la sezione dedicata al rapporto tra l’arte filosofica e l’arte dell’omicidio:
Ma c’è un’altra classe di omicidii che ha prevalso dopo la prima parte del diciassettesimo secolo, e che realmente mi sorprende: voglio dire l’uccisione di filosofi. Poiché, signori, è un fatto che ogni filosofo eminente, durante i due ultimi secoli, o è stato ucciso, o per lo meno s’è visto ben vicino ad esserlo, – così che se un uomo si chiama filosofo e non ha mai avuto un attentato alla sua vita, credete per certo che in lui non c’è niente di buono. E specialmente contro la filosofia di Locke io credo che sia una obiezione senza replica (se pur ne avessimo bisogno) che, sebbene egli abbia portato per il mondo la sua gola per settantadue anni, mai un uomo ha accondisceso a tagliargliela. Poiché questi casi dei filosofi non sono molto conosciuti e sono generalmente buoni e ben costruiti, leggerò una digressione a questo proposito, con lo scopo soprattutto di far pompa della mia scienza. Il maggior filosofo del diciassettesimo secolo (se ne togliamo Bacone e Galileo) fu Descartes; e se mai si è potuto dire di un uomo che poco mancò non fosse ucciso, a un pollice di distanza dall’essere ucciso, – è proprio il caso suo. Ecco quanto racconta a tal proposito Baillet, nella sua Vita di Descartes, t. I, pp. 102-103: Nell’anno 1621, (poteva avere circa trentasei anni) Descartes faceva com’era sua abitudine un’escursione (poiché era irrequieto come una iena); e, giungendo all’Elba, a Gluckstadt o ad Amburgo che fosse, s’imbarcò per la Frisia orientale. Nessuno ha mai potuto scoprire che cosa andasse a fare nella Frisia orientale; e forse egli stesso si fece questa domanda, perché, non appena ebbe raggiunto Embden, risolvette subito di far vela per la Frisia occidentale; impaziente del minimo ritardo, prese in affitto una barca con pochi marinai. Non appena la barca fu in mare, egli fece una scoperta gradita: si era chiuso da sé in un antro d’assassini. Dice Baillet ch’egli scoprì subito che il suo equipaggio era tutto fatto di «scellerati» – non, o signori, di dilettanti come noi, ma di professionisti la cui ambizione in quel momento s’innalzava a tagliare la sua gola individuale. Ma la storia è troppo divertente perché io l’abbrevii; la traduco dunque esattamente dal francese del suo biografo: Descartes non aveva altra conversazione che quella del suo servo, col quale parlava francese. I marinai, che lo prendevano piuttosto per un mercante girovago che per un cavaliere, pensarono che dovesse avere molto danaro. Questo pensiero fece loro prendere risoluzioni punto favorevoli alla sua borsa. Ma c’è una differenza tra i ladri di mare e quelli dei boschi; questi possono lasciare salva la vita a coloro che derubano, e salvarsi senza esser riconosciuti; mentre quelli non possono mettere a bordo la persona derubata senza esporsi al pericolo d’essere denunciati dalla persona stessa. Così i marinai di Descartes presero precauzioni più sicure per non andare incontro a un tale inconveniente. Vedevano che egli era uno straniero venuto da lontano, che non aveva conoscenze in paese, e che nessuno avrebbe pensato di reclamare quand’egli venisse a mancare. – Pensate, signori, a quei cani di Frisia che discutono d’un filosofo come se si trattasse di una botte di rhum consegnata loro da un sensale di mare. «Lo trovavano di umore assai tranquillo e paziente; e giudicandolo, dalla dolcezza dell’aspetto e dalle cortesie che usava loro, per un giovane ancora poco esperto, conclusero che avrebbero avuto a buon mercato la sua vita. Non si fecero scrupolo di tenere consiglio in sua presenza, credendo ch’egli non conoscesse se non la lingua che parlava col servitore; e le loro deliberazioni miravano ad accopparlo, a gettarlo nell’acqua, e a fare bottino delle sue spoglie». Permettetemi di ridere, signori, ma io rido ogni volta che penso a questa storia; due cose mi sembrano in essa molto comiche. Una è l’orribile panico che ha dovuto assalire Descartes, nel sentir schizzare il dramma regolato della sua morte, dei suoi funerali, della sua eredità e dell’amministrazione de’ suoi beni. Ma un’altra cosa mi sembra anche più buffa in quest’affare, e cioè che se quei cani di Frisia fossero stati coraggiosi, noi non avremmo filosofia cartesiana. Come poi avremmo potuto farne senza, considerato il mondo di libri ch’essa ha prodotto, lascio la cura di computare a qualche abile industriale. Ma proseguiamo. A dispetto del suo enorme panico, Descartes fece le viste di combattere, e con questo mezzo terrificò quei miserabili anticartesiani: «Descartes, narra Baillet, vedendo che non era uno scherzo, si alzò improvvisamente, cambiò contegno, sguainò la sciabola con una fierezza imprevista, parlò loro nella loro lingua con un tono che li stupì, e li minacciò di trafiggerli all’istante, se osassero insultarlo». Certo, signori, sarebbe stato un onore molto superiore ai meriti di così vili mariuoli, essere infilati come allodole da una spada cartesiana; e per questo io sono felice che Descartes non abbia defraudato il patibolo mettendo in esecuzione la sua minaccia, tanto più ch’egli non avrebbe certo potuto portare la barca a buon porto se avesse ucciso l’equipaggio, e avrebbe incrociato per sempre nel Zuyderzee, dove i marinai l’avrebbero preso per l’Olandese volante di ritorno verso il suo paese. Forse, signori, voi immaginate che Descartes, sul modello del discorso di Cesare al suo povero barcaiolo: Caesarem vehis et fortunas ejus, – non dové dire altro che: – Cani, non potete tagliarmi la gola, perché portate Descartes e la sua filosofia, – e così poté sfidare con piena sicurezza la loro volontà. Un imperatore tedesco aveva avuto questa stessa idea, quando, avvertito di scansarsi dalla linea di una cannonata, rispose: – Beh! uomo, hai mai sentito dire d’una palla di cannone che abbia ucciso un imperatore? Per un imperatore non saprei dire, ma una cosa da nulla è bastata per sconfiggere un filosofo. C’è un grande filosofo europeo che è stato senza dubbio assassinato: Spinoza. So benissimo che l’opinione comune vuole ch’egli sia morto nel suo letto. Forse è vero, ma egli fu a ogni modo assassinato; e lo proverò […]
Ecco, fermiamoci qui. Per chi è curioso del caso Spinoza e di come fu brutalmente ucciso, rimandiamo al libro di De Quincey On Murder. La traduzione che abbiamo riportato è di Massimo Bontempelli, che decisamente si segnala per pregevolezza.
Ad ogni modo, come si può ben capire, la cultura classica frammista al romanticismo inglese dà vita a quella singolarità inafferrabile che è la scrittura di De Quincey. Non romanziere né saggista, o entrambe le cose, sicuramente scrittore assoluto: l’opera appare come una distesa di manoscritti, bozze e fogli sparsi, che invita a pensare la scrittura come un processo infinito. E quando morì, nell’inverno del 1859, il suo volto, raccontano i testimoni, sembrava quello di un ragazzo. Chissà perché tale aspetto, per un uomo consumato dagli eccessi; potremmo azzardare che solo del poeta, teppista e malavitoso, è l’adolescenza, e chi si lascia abitare dal demone della digressione non fa che rinviare infinitamente la morte, come Sherazade, come ogni uomo che scrive. Ma potremmo perfino tentare di afferrare il segreto dell’eterna giovinezza che nell’orecchio ci ha sussurrato De Quincey: dissipare l’erudizione, scrivere, ed essere inconsapevoli; solo in tal modo saremo finalmente incapaci di arrivare davvero da qualche parte.


Lascia un commento