a cura di Domenico Licciardi
Introduzione
Si corrono tre pericoli quando si parla di un libro sistematico – dove per “sistematico” non intendo il goffo tentativo, oggi, di costruire un sistema totalizzante bensì, nel caso specifico, di dare ordine, rigore e dettaglio al lavoro di creazione concettuale. Come scriverne senza ridurre tutto ad un riassunto formale del sistema? Ad un indice o ad un concept inscheletrito? La seconda difficoltà è il rischio di romperlo, per ricavarne frammenti più o meno trasparenti. Questa seconda scelta ci sembra più percorribile della prima ma anche della terza difficoltà, che risiede invece nel tentativo goffo – questo, sì – di poter ricavare qualcosa come “l’essenziale”: quello che l’autore, in fondo, vuol dire (o che avrebbe voluto dire ma non ha detto: con quale autorità porre questa domanda?).
Avendo optato per il rischio minore, frammentiamo Eterogenesi del concetto (Orthotes, 2026), di Andrea de Donato. Ne ricaviamo tre termini – consapevoli che, in realtà, non stiamo rompendo nulla, che il libro resta integro per il lettore il quale, dal suo canto, saprà trarne tutto ciò che lascio fuori in questa occasione.
Tre parole, dunque: eterogenesi, caratterizzazione, stile. A partire dall’ambito specifico degli studi deleuziani, questi termini toccano questioni contemporanee quali la determinazione di una pratica eterogenetica, la necessità di ripensare l’epistemologia, l’emergenza della forma nelle ontologie contemporanee e il ritorno del problema della genesi. Tematiche, queste, riguardanti nientemeno che l’immagine contemporanea della filosofia.
Eterogenesi
Partiamo da un punto ben preciso: dove si colloca Eterogenesi del concetto? Come afferma de Donato nell’introduzione a L’eterogenesi nella creazione musicale di Félix Guattari (Orthotes, 2024), eterogeneità non è ancora eterogenesi: affermare la molteplicità dei modi della sostanza non equivale a studiare il processo differenziale che precede la datità degli enti eterogenei. Eterogenesi del concetto è dunque un’impresa volta ad approfondire e ad illuminare la dimensione ontologica della creazione concettuale, colta (come vedremo meglio) nella densità della sua portata ontologica. Impresa riuscita, proprio perché la lettura di Deleuze, già di per sé inedita, si spinge – come già detto – oltre l’ambito dell’interpretazione, proponendo l’apertura di un nuovo campo d’indagine: la stilematica. Procediamo con ordine, ripercorrendo il passaggio dall’interpretazione alla delineazione di un percorso originale.
Caratterizzazione
“Caratterizzazione” è il nome proprio di questa originalità. Non è semplice definire questo termine e, per tale ragione, proverei piuttosto a caratterizzarlo. Per quanto possa apparire circolare, il senso della mia scelta sarà presto chiarito. Direi che la caratterizzazione è una costruzione logica e dinamica di variazioni sistematiche, che si distingue dal modellamento nella misura in cui presuppone, esplicitamente, scelte teoriche e metodologiche, senza ridurre l’oggetto, l’argomento o il campo d’indagine ad una serie standardizzabile di aspetti, tratti o parametri. Il punto chiave, qui, è contenuto nella scelta del termine “variazioni”: se avessi scritto “variabili sistemiche”, avrei presupposto (a prescindere dalle mie intenzioni) costanti parametriche. Ma sono proprio queste a venir meno nel senso eterogenetico della caratterizzazione. Occorre dunque rinunciare ad una chiusura degli enunciati definitori e ciò può essere fatto solo esplicitando una certa dose di parzialità prospettica (“direi che…” ma anche, nel corso del testo, “si intenda con…”, “si assuma che…”).
È necessario altresì chiarire che prospettivismo e parzialità non sono in questo caso sintomi di soggettivismo ma segni delle irriducibili singolarità dinamiche che compongono il campo ontologico degli eterogenei. La caratterizzazione, in tal senso, rispetta la condizione per cui le singolarità non sono da considerare in quanto dati bensì come gli apriori del proprio movimento. Su questo solco, emerge tra l’altro la continuità tra Eterogenesi del concetto e Differential Heterogenesis di Alessandro Sarti, Giovanna Citti e David Piotrowski (Springer, 2022): non si tratta né di (pre-)determinare la struttura modale del mondo, né di cedere all’enunciazione estatica del motto: “tutto è possibile”. In altre parole, la trascendentalità non è tolta ma moltiplicata, immanentizzata, singolarizzata. Questo è un aspetto chiave – credo ineludibile – per la comprensione di Eterogenesi del concetto.
Insistere sulla caratterizzazione ci permette inoltre di fornire qualche indicazione di lettura. Nel saggio, siamo di fronte a tre modi fondamentali della caratterizzazione, attraverso cui sono interpretati alcuni momenti maggiori della filosofia deleuziana – i confronti con Hume, Bergson e Foucault – e della matematica francese contemporanea – la morfogenesi strutturale di René Thom, la morfodinamica e la neuromatematica di Jean Petitot, l’eterogenesi differenziale. I tre modi suddetti corrispondono, rispettivamente, ad una energetica, ad una dinamica e ad una caratterizzazione composizionale. La prima – come in parte indica lo stesso nome – permette di studiare il «passaggio dalla dynamis all’energheia». I suoi correlati sono dunque gli enti attuali, in quanto modi estensivi dell’essere e gli oggetti logici, intesi dinamicamente. La seconda nomina il passaggio inverso: dall’attuale al virtuale. La caratterizzazione composizionale, invece, è la simultaneità dei due movimenti in «una realtà superiore e complessa». Attraverso quest’ultima, è infatti possibile caratterizzare l’integrazione di atto e potenza, per determinare il movimento «da ciò che c’è e da ciò che non c’è ancora a ciò che è». Il motivo per cui si parla, allo stesso tempo, di enti e oggetti logici è che la caratterizzazione punta a definire un’epistemologia intesa come ontologia in potenza (simultaneità dei modi essendi e dei modi cognoscendi). Il che è coerente con la condizione di partenza, per cui il pensiero non è da considerare in quanto adaequatio rei et intellectus, bensì come creazione.
La caratterizzazione è dunque il modo in cui uno dei temi più importanti di Deleuze, ossia la concezione della filosofia – e, in questo libro, della matematica – come creatrice di concetti – e, nel caso della matematica, di matemi – viene specificata. Ma questo andamento (che corrisponde alla prima parte del libro) fa da sfondo ad un momento ancora più importante: quello in cui il pensiero, pur senza dimenticare l’insegnamento deleuziano, diventa autonomo e originale.
Stile
Giungiamo dunque alla questione dello stile, per cui è d’obbligo almeno un richiamo al libro precedente di de Donato: Morfogenesi del concetto (Orthotes, 2024). Introduciamo l’argomento attraverso tre domande. Qual è, oggi, l’immagine della filosofia? In che modo la scrittura singolare di ognuno entra in gioco nella delineazione di questa immagine? Che cosa si fa quando si scrive? Al di là dell’articolazione simultanea di forma e contenuto, che è al centro della stilistica di Gilles-Gaston Granger, occorre ipotizzare – ci dice l’autore – che lo stile possa essere pensato come una categoria modale atta a individuare la condizione di dicibilità di un pensiero singolare e, dunque, inedito.
In questo punto, è chiaro il rimando ad una problematica ben precisa: nel Francis Bacon, Deleuze afferma che il problema dell’arte visuale – e più precisamente del gesto del dipingere – è nei clichés. Uno degli aspetti interessanti delle Lezioni sulla pittura del 1981, tenute a Vincennes (che hanno anticipato e ispirato la Logica della sensazione), è che lo scrittore non è esente dallo stesso problema: come la tela, anche il foglio (il foglio di scrittura, cartaceo o elettronico che sia) non è mai completamente bianco. Occorre dunque individuare uno strumento per catturare il modo in cui il concetto emerge attraverso tagli, ritagli, delimitazioni sempre aperte sul piano virtuale dell’idea. L’analisi dello stile, allora, non è più lo studio dell’articolazione di forma e contenuto ma la caratterizzazione dei modi di emergenza di un pensiero singolare (dunque inedito) dal campo eterogeneo dell’episteme.
Qui si palesa brillantemente un’economia degli scambi tra stile, scrittura e plasticità del pensiero – come un prägnanter Grund ancora da esplorare.

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