a cura di Lucia Arcuri
Un operaio guarda fuori dalla sua finestra. Osserva la torre specchiata di un complesso architettonico in costruzione. Questa scena, ripetuta più volte nel film di Akihiro Hata, mostra l’illusione di poter abitare, un giorno, uno spazio fondato sulla negazione di chi lo costruisce. Grand Ciel, presentato alla ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia, è ispirato alla vicenda reale di Mamadou Traoré, lavoratore clandestino morto sul cantiere nel 2015. Manpower, l’agenzia interinale, non ha denunciato la scomparsa. La scoperta del decesso è avvenuta solo due mesi dopo.
Hata non fa di questa vicenda un caso giudiziario. Trasforma quella sparizione in un principio strutturale: nel film,sparire non è un evento eccezionale ma l’operazione congeniale alla logica del sistema. La cancellazione è il destino previsto per chi costruisce ciò che altri abiteranno.
Qui, tutto si regge su una dicotomia: in alto la luce del rendering architettonico, la retorica green, la promessa del capitale; in basso le viscere del cantiere, dove squadre di operai lavorano nell’ombra per rendere possibile ciò che in superficie è definito progresso.Il titolo stesso contiene un’ironia spietata: un cielo grande, ma non abbastanza per tutti e costantemente fuori campo. La regia preferisce l’asfissia delle impalcature, le colate di cemento, il rumore sordo del lavoro che non lascia traccia.
Il complesso futuristico in cui Vincent lavora di notte è un artefatto totale, una monade dotata di porte blindate e finestre floor-to-ceiling. Il progetto esibisce benessere, innovazione e sostenibilità, al prezzo di inabissare, sistematicamente, la propria origine. Chi abiterà quegli spazi sarà ignaro del fatto che l’edificio è un sarcofago per corpi di un inferno minore. Gli operai sono spediti a riparare crepe che si formano continuamente al piano “meno sei”. Strani boati riempiono gli ambienti delle fondamenta: l’edificio mastodontico è instabile, ma le ditte devono far finta di niente, per portare a termine i lavori nei tempi stabiliti dagli investitori. Impossibilitati a lasciare il posto di lavoro, Vincent, Saïd, Ousmane, Mihai devono reprimere le loro paure e affrontare la polvere di calcestruzzo che si diffonde in un ambiente spettrale. Quella stessa polvere che li avvolgerà uno ad uno e in cui i loro corpi spariranno. A quel punto, invisibili, nulla eviterà che vengano seppelliti da una colata di cemento.
Il regista racconta di essere cresciuto in una Tokyo perennemente in costruzione. Che gli edifici, da bambino, lo terrorizzavano, perché sembravano avere una vita propria. In Grand Ciel, questa inquietudine personale si materializza in una forma reale. L’inanimato sembra prendere vita, mentre si assiste alla disgregazione simultanea del corpo individuale e del corpo sociale.
La morte di Traoré, le condizioni del lavoro interinale, l’innalzamento dei prezzi e le emergenze abitative intessono la nostra quotidianità. Ma tutto ciò si infrange contro l’impossibilità di un’azione collettiva.

Ciò che viene venduto a caro prezzo come un’eventuale promessa di benessere dovrebbe essere quanto normalmente spetta al lavoratore. I desideri dei personaggi non sono smisurati: una casa, un lavoro stabile e adeguatamente remunerato, del tempo libero da condividere con gli altri. Tuttavia, quanto più ci si aggrappa a questo sogno, tanto più ci si atomizza, si perdono di vista gli altri, li si identifica come ostacoli alla propria ascesa. E allora si è pronti a tradirli, denunciarli, sacrificarli.
Vincent non è un eroe tragico, non è il rappresentante di un proletariato redivivo. È l’esponente di quella normalità invisibile che, come un bullone, è destinata a essere incorporata nella storia senza lasciare traccia di sé. La vita operaia resiste alla rappresentazione: qualsiasi forma eloquente la tradisce, la sovraesposizione la rende spettacolo, la beatificazione la dissolve nel pietismo di una morale a buon mercato. L’unico modo onesto di raccontarla, probabilmente, è accettarne l’opacità, soffermarsi a osservare quella polvere sottile che una volta vista non riusciremo a scrollarci di dosso.
Marx scrive che la “civile vittoria” del capitale risiede nella scoperta del lavoro umano come vera fonte della ricchezza — e non più nella “morta cosa”. Grand Ciel mostra il movimento inverso: il lavoro e chi lo compie vengono risospinti nell’ombra, sono trasformati di nuovo in materia, privati perfino della minima individualità posseduta dal bullone. La polvere di cemento che gli operai respirano ogni notte nel labirinto di neon e calcestruzzo è la morta cosa che penetra i polmoni dei vivi, reclamando il primato dell’accumulazione sull’esistenza.
Siamo oltre l’alienazione classica. All’operaio non viene sottratto solo il prodotto del suo lavoro, ma addirittura la propria consistenza fisiologica. Il vero orrore del film, tuttavia, non è la sparizione dei personaggi. È la lenta capitolazione interiore di Vincent: la promozione a caposquadra lo trasforma da compagno a sorvegliante, riducendolo ancora di più a componente puramente funzionale. Prima che il sistema lo assorba fisicamente, lo ha già inglobato psichicamente. Perseguire il suo sogno ha il prezzo dell’insonnia. Quando Vincent si sveglia davvero — nel tentativo di salvare un compagno — è già troppo tardi.
Benjamin scriveva che ogni documento di civiltà è simultaneamente un documento di barbarie. Di rado il cinema è capace di tenere in campo le due cose simultaneamente, come in Grand ciel.

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