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Venerati maesti, e la bolla.

[E. Berselli, Venerati maestri, Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia, Quodlibet, Macerata 2025]

Ad ognuno la propria Bildung, la propria paideia, fatta di incontri, casualità trasformate in destino, sofferenze, notti insonni, e tante chiacchiere e cabaret. Durante la propria formazione, ormai destinata ad essere perenne secondo le logiche tardocapitalistiche, si incontrano, di solito, degli esseri specialissimi, auratici, ecco! Quelli sono i maestri. Poi si scopre, piano piano, che non tutti sono maestri, e piuttosto afferiscono alle piccole maestranze della cultura, ma questa è un’altra storia. I maestri, in genere, devono essere per statuto dottrinale e physique du rôle, venerandi e terribili. Ma a volte, quelli che consideravamo maestri, si rivelano solo buffe figure e in tal caso, più che la disillusione, a sostanzializzare tale incontro mancato è un riso sardonico e un po’ di mestizia.

Allora, è bene che vi siano delle opere di abbassamento, di livellamento sociale, utili a far capire che gli intellettuali non hanno un peso superiore agli altri esseri umani nelle vicende della storia, ma solo una diversa alterigia, o altezzosità. Così viene ripubblicato il libricino aureo di Edmondo Berselli (Venerati maestri, 2025) da parte di Quodlibet, un’opera satirica, humoresca, insomma, una presa per i fondelli, un uccellamento collettivo a tutti gli intellettualoni, professoroni italioti. Perché, parliamoci chiaro, viviamo in una bolla. Piccola ed angusta. Là fuori c’è gente che compra i libri di Donato Carrisi e va a vedere Brignano a teatro, e “loro” sono la gente autentica. A noi invece piace stare in questi ambienti intossicati, vere fumerie d’oppio, a parlare di cose che interessano solo a noi: le macchine fotografiche analogiche prodotte in Germania tra gli anni ’70 e ’90, i registi sperimentali sudcoreani, la piccola casa editrice che non pubblica più libri ma cataloghi multimediali e multi-altre-cose, il teatro contemporaneo, i vernissage dell’artista lugubre e interdetto, le recensioni di filosofia, la filosofia, tutta. Insomma, parliamo di cazzate. E dall’alto della nostra superiorità intellettuale giudichiamo benevolmente chi si trastulla con le forme inferiori dell’arte, cita Nanni Moretti, e vive comunque in maniera acconcia e felice. Anche se Nanni Moretti era, ed è, il primo degli snob, dei superciliosi, degli schifiltosi, ma ormai è stato massificato anche lui, fa niente. Non mi riguarda.

Berselli ne ha per tutti, in questo ilare bilancio dell’intellettuale storia patria: da Battiato il sufismo prêt-à-porter, Calasso l’oracolare delfico e irraggiungibile con i suoi onanismi mitologici, Arbasino l’eliogabalico citazionista cabarettista, Guccini poeticamente un carducciano e politicamente un socialdemocratico molto moderato (stoviglie color nostalgia…non so se mi spiego), Cacciari mellifluo mezzo-liberale mezzo-cattolico mezzo-critico mezzo-nonsisa, Luigi Einaudi moloch editoriale maramaldeggiante, I liberali di oggi sfogo cutaneo del marxismo-leninismo di ieri, Ratzinger ovvio e grossolano ma grande teologo. Insomma, Berselli dice basta con le grandi costruzioni, incita a farci un’amara risata, soprattuto verso sé stessi, che la vita è breve e fare i saputelli non serve a nulla. E basta davvero, lo dichiara alla fine del libro, con Joyce, che è ‘na fatica becera, Musil che è ‘na noia, Proust che è ‘na mazzata.

E dice basta anche alla narrativa, a tutte quelle robette latinoamericane, Cortazar, Bolano e compagnia cantante, ottima e provvidenziale ogni tanto per concupire qualche sprovveduta matricola di beni culturali. Berselli dice addio (come Guccini…) alla letteratura come avventura esistenziale o strumento di conoscenza. C’è tanta acidità di stomaco in questo libretto, pare lo sfogo comico di una vita, infatti, libera nos maloox, e Adorno e Lukács, si sa, dopo pranzo sono davvero indigesti. Così come Faulkner, l’America, Henry Miller, il Medioevo, i contadini di Linguadoca e i Provenzali, Giulio Ferroni che dice che Baricco è un folgorante esempio di neosaggistica metapostmoderna. E andiamo, dentro la bolla tutto è risibile, che non significa inutile eh, ma nemmeno venerabile nei secoli dei secoli. Berselli ce lo mostra, ed è dissacrante, piacevole, onesto. E mi rimanda a vedere Vacanze di Natale ’90, che ho interrotto malamente per scrivere questo popò di articolo.



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