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La Bestia che urlava amore nel cuore di Del Toro.

a cura di resistenza.tindalos

[L’ultima opera del regista messicano mostra la sua versione intima e meno mainstream del mostro più famoso del cinema statunitense e della letteratura: un paradossale, ma felice azzardo, per Netflix nel 2025.]

Uscito in pochissime sale cinematografiche e distribuito esclusivamente su Netflix, Frankenstein di Guillermo Del Toro è un film che travolgerà di polemiche e meme i social per ancora qualche settimana, a colpi di scene della pellicola tagliate e pesantemente editate per non incorrere nelle punizioni divine dell’Algoritmo.

Il motivo è presto detto: la Creatura del dottor Frankenstein è il simbolo più incisivo di tutto lo Zeitgeist occidentale degli ultimi due secoli, e la sua iconografia è stata resa emblematica dalla Universal nei primissimi anni del Novecento. Sfido chiunque a non applicare il paradosso dell’elefante di Dostoevkij se dico “bulloni al collo”. D’altronde, assieme al travestimento di Dracula (sempre della Universal), alla maschera di Michael Myers (o di Karl Popper Francesco Cossiga) è il costume per antonomasia, con consorte annessa, di Halloween nell’immaginario della festività.

In giro si troveranno recensioni molto più dettagliate della seguente, ma il fulcro di questo sproloquio è un altro e non ci soffermeremo su quanto sia fedele (molto, con gli ovvi e dovuti aggiustamenti) al romanzo o quanto Jacob Elordi (bravissimo) sia stato reso fedele (tanto, certo con qualche ammiccamento agli Ingegneri di Prometheus, ma di sicuro migliore del povero Robert De Niro nel 1994).

L’opera letteraria di Mary Shelley non ha certamente bisogno di presentazioni, tuttavia è bene ricordare le forti differenze tra l’edizione del 1818 e quella del 1831. Sebbene il contenuto e la sostanza da romanzo gotico non vengano stravolte, a esserlo è la vita personale dell’autrice e giocoforza la sua visione del mondo: le tragedie famigliari, come la morte di Percy Bysshe Shelley e di tre figli nel giro di un decennio, fanno sfumare l’indole ribelle giovanile tardoilluminista per favorire un approccio più maturo e fatalista alla vita.

Ciò si riflette ampiamente nell’opera: la creatura di Frankenstein, da emblema della ribellione prometeica e dunque peccato originale della scienza, indossa ora i panni delle vestigia del più cupo determinismo religioso. Victor, che in un non tanto sottinteso complesso edipico vuole sconfiggere la morte a botte di steampunk, rimane travolto dalla prima visione che ha della sua “opera”, non più tracotanza umana ma punizione divina. E in questa duplice natura simbolica Del Toro ha colto nel segno: essa viene resa in maniera impeccabile con i due differenti point of view della narrazione, quello dello scienziato e della creatura, anche se nella seconda parte si notano delle piccole ma trascurabilissime sbavature che proprio nel momento centrale del film rallentano la narrazione.

Le modifiche apportate al testo originale sono organiche non tanto per la buona riuscita del film, ma per il culmine di tutta la poetica del regista: l’enorme potenza, fraintesa come istinto violento, e al contempo il favolistico fardello della fatalità dei suoi “mostri” sono ormai rodati a tal punto che trovano in questo suo Frankenstein la forma più sintetica e intima. Abbiamo tutto in un insieme organico la tragedia di Hellboy, il rapporto burrascoso padre-figlio di Pinocchio, la sensibilità femminile verso l’altro “che non deve essere” de Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua (anche se il ruolo di Elizabeth, anche questo rimaneggiato, passa in secondo piano rispetto al tema centrale del film).

L’intera iconografia è atta a incarnare, pezzo per pezzo, carne per carne, il film che da decenni ha sempre voluto girare sull’opera più importante della letteratura mondiale. Del Toro dirige esclusivamente per esaltare se stesso e rendere partecipe il pubblico del suo amore verso il weird e noi, sentitamente, per l’ennesima volta, in secula seculorum, ringraziamo. Da tutto ciò sorge inoltre un’ulteriore questione, quelle produzioni cinematografiche degli ultimi anni, “tenute in ostaggio” dalle piattaforme di streaming e più nello specifico di Netflix.

Questa, che nello scorso decennio ha dettato legge sulle produzioni seriali e filmiche con azzardi riusciti, non solo nell’ambito del fantastico, ma negli ultimi anni si sono viste produzioni più sicure per il portafogli e meno brillanti sul piano del rendimento e intrattenimento. Il paradosso che si è creato con il connubio tra l’azienda e Del Toro, partito con Cabinet of Curiosities e culminato con l’Oscar per Pinocchio, potrebbe essere inteso positivamente come una svolta più matura della prima ad azzardi di produzione con autori che sono una sicurezza non tanto di incassi o visualizzazioni, ma di qualità artistica.

Ma quest’ultima riflessione è solo un vaneggiamento ottimista verso futuri sempre meno rosei per l’industria: ne sono sintomi i tentativi degli ultimi giorni di scoperichiare sedicenti scandali nel backstage dell’ultima stagione di Stranger Things, e il lato fortemente votato alla dietrologia di chi scrive è incline a pensare che tutto è lecito per far pubblicità, anche da parte di rotocalchi di basso rango.

Probabilmente, se la collaborazione tra queste due entità dovesse continuare, la cartina tornasole definitiva potrebbe essere un duplice rischio registico per Del Toro: l’altro Sacro Graal della sua filmografia, ovvero Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft, ma soprattutto, e qui siamo nuovamente nel campo dei voli pindarici, una trasposizione de Le avventure di Gordon Pym del patriarca Edgar Allan Poe. Tuttavia le intenzioni del regista sono quelle di mollare la presa su questa prima lunghissima fase della sua carriera verso lidi più “umani”, e il nostro cuore spezzato continuerà a vivere.



2 risposte a “La Bestia che urlava amore nel cuore di Del Toro.”

  1. Non hai idea di quanto voglia vederlo e di quanto ancora io soffra per non averlo visto al cinema (l’hanno messo in cinque sale, che tristezza). Io amo la storia di Shelley, amo la figura della Creatura e tutto quello che rappresenta e adoro anche la filosofia di Del Toro e il suo amore per i mostri, sempre presente nella sua filmografia. La tua analisi non fa altro che incuriosirmi maggiormente su quest’opera.

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  2. [_Spoiler Alert_]
    Riceviamo anonimo…
    Allora, due parole sul Frankenstein di Guglielmo del Toro. Perché non mi è piaciuto? Perché la lista è molto lunga. Non mi è piaciuto perché secondo me è anzitutto un fallimento estetico. Perché mi dà al cazzo il gotico cartonesco immaginifico si simil-burtoniano, ma Burton però del secondo periodo, quindi il peggiore.
    Quindi il posticcio. Il turpe posticcio e ripulito di questo film mi ha notevolmente irritato, perché se tu scegli di trattare una materia del genere, secondo me devi approcciartici con una violenza estetica e un’oscurità che questa storia necessita. e invece ti trovi di fronte a questo appunto, questo gotico ripulito, cartonesco, fintissimo, esteticamente pregievole ma appunto costruito e non solo purtroppo anche fintamente pieno di questa computer grafica invadente, invasiva, fallita sotto tantissimi aspetti il castello l’ho trovato orribile come tutti i set, come i loop, come tutto ciò che è computer grafica in questo film secondo me è stato tutto sbagliato. L’emblema di questo fallimento estetico, secondo me, è una scena in particolare, la scena della dissezione di quel cadavere sulla scrivania. Come fai ad approcciarti a una scena di dissezione cadaverica, senza sangue, senza sporcizia, senza… è tutto bello, è tutto pastellato, finto, questo cadavere posto in questa posizione così…proprio storto e fallito a livello di immaginario per quel che mi riguarda senza contare il fallimento, secondo me, dell’immagine mostruosa del mostro che è buono, e lo trovo abbastanza inaccettabile.
    Sorvoliamo le doti auto-rigenerative che sono più Marvel che Mary Shelley Comunque, andiamo però ai problemi contenutistiche, che sono tanti purtroppo, anche questi. Victor Frankenstein è un ossessionato che sfida Dio e la natura. Ed è una sfida folle, persa in partenza, però combattiva, combattente, proprio… cioè, il personaggio di Viktor Frankestein è completamente svuotato di tutta la sua tensione drammatica di uomo che sfida Dio e la natura e le leggi del Divino.
    Non ho avvertito nessuna ossessione, che per me è molto più presente in Frankenstein Junior, pensate voi, con Jim Weidner che è un fenomeno. Non ho avvertito questa tensione ed è tutto liquidato in una mezz’ora. di inizio. Per il resto, poi, appunto il film diventa interamente una storia del mostro. Il mostro è l’assoluto protagonista di questo film e per me già questo è non aver capito quello che hai letto, secondo me.
    Poi… Le scene di ricognizione dei cadaveri, di ricerca notturne, nascoste, segrete che dovevano essere, non esistono. Non esistono, proprio saltate a pié par. Gli esperimenti sono noti e visibili. Follia. Follia.
    Funzionano pure davanti a questo uditorio che li percepisce e li schifa comunque, pur avendo avuto la prova che questi funzionano. Per me questa è una cosa tremenda. Il dottore fa questi esperimenti segreti. Perché è una roba folle, ma non puoi portarlo davanti all’accademia.
    Questa roba è proprio… oddio. Poi, che altro? Tanto altro. Personaggi e rapporti interpersonali completamente inesistenti.
    Miagot è un fantasma, nell’originale Mia Gott dovrebbe essere la fidanzata di Frankenstein e qui diventa la cognata che non ha nessun peso nella sua vita neanche sentimentale io mi aspettavo che a un certo punto si sarebbero messe insieme per attenersi al romanzo, invece no, rimane la sua cognata innamorata del mostro Christophe Waltz; un ruolo che non si sa cosa ci faceva in questo film, spiegatemi il peso, nella storia, di Christophe Waltz, perché io proprio basito. Muore così, un attore così sprecato in questa maniera. I rapporti interpersonali non esistono, non esiste l’attenzione e l’oscurità dell’opera. Il mostro, appunto, è il protagonista assoluto e Frankenstein, il dottore, è messo completamente in un angolo a un certo punto, perché diventa la solita menata di Del Toro sull’umanità dei mostri, che, per carità, nel libro c’è.
    Ma non è la cosa più interessante del libro. Anzi, penso sia la cosa meno interessante. Comunque, Del Toro. L’abbiamo visto numerose volte volte, il film di Del Toro che vuole farci riflettere sull’umanità del mostro. Con film anche molto più funzionanti, sia dal punto di vista estetico che narrativo e di ciccia. Quindi, bocciato anche questo.
    Ce ne sono tante, davvero. Perché muore il dottore alla fine? Non si è capito. Perdono, morto. Così, liscio. E vabbè.
    Quindi. in soldoni, ma potrei dire altro… Comunque, un film fallito esteticamente, fallito contenutisticamente, che cosa? Niente.

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