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Chiacchiere fuori rotta

[Nicola Manuppelli,Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano, Jimenez, 2025]

a cura di Martina Cozza

Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. I lettori ci perdonino, ma spesso ci perdiamo in chiacchiere. Saltimbanchi improvvisati ma ciarlatani di professione, perdiamo l’equilibrio sul filo del ragionamento: eseguiamo voli pindarici, saltiam di palo in frasca, e le parole ci sfuggono mentre tentiamo i soliti giochi di prestigio. I nostri discorsi diventano scampagnate in labirinti senza mappe e senza meta, vacui vaneggiamenti adatti a chi vuol perdere tempo o a chi il tempo vuole semplicemente occuparlo. Le nostre elucubrazioni sono solo chiacchiere ben costruite. Parliamo molto dicendo poco, o diciamo molto parlando oscuro: mai saremo all’altezza di ciò che si dovrebbe dire, mai avremo il coraggio di dire ciò che davvero vorremmo dire. Così troviamo rifugio nel parlar d’altro, nelle inezie, nelle futili conversazioni da salotto, nelle digressioni, sperando che il tempo passi, che qualcuno arrivi, colga il punto e si prenda la responsabilità di tradurlo — magari con parole migliori di quelle che potremmo mai pronunciare.

Forse è per questo che Nicola Manuppelli ha suscitato la nostra simpatia. In un’epoca in cui formalità ed efficienza sono all’ordine del giorno, l’autore di “Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano” sceglie di omaggiare il centenario del romanzo di Fitzgerald ribaltando il canonico saggio accademico: la chiacchiera viene così assunta come strumento comunicativo privilegiato, l’erranza come dichiarazione di metodo. Manuppelli non promette una bussola e, coerentemente, non la offre. Preferisce il mare aperto, le correnti laterali, l’arte dell’andare fuori rotta come unica rotta possibile quando si ha a che fare con un classico. Gatsby non viene spiegato, sezionato o interpretato: viene frequentato. Avvicinato di sbieco, aggirato, talvolta contraddetto. Addirittura messo in ombra dal personaggio di Nick Carraway, narratore e chiave di volta per la comprensione del romanzo.

Sin dalle prime pagine il lettore viene infilato nel taschino dei soldati americani ai quali Gatsby fu venduto per pochi spiccioli, per poi essere catapultato tra flutti di informazioni, aneddoti e deviazioni: dai set cinematografici hollywoodiani alle feste sfavillanti di Long Island, dai salotti di Hemingway ai banchetti di Trimalcione, dalle pagine di Fitzgerald a quelle di Wilde ed Epicuro. L’effetto è quasi quello di una sbornia letteraria: si viene travolti, disorientati, storditi, eppure conquistati dalle stravaganze dell’autore, dalla sua curiosità contagiosa e dall’evidente godimento che prova nel perdersi tra le crepe del testo.

Pur sacrificando l’approccio scientifico alla genuinità, la forma all’entusiasmo, Manuppelli riesce a restituire spessore e profondità a un’opera che per troppo tempo era stata considerata la copertina patinata di un mondo fondamentalmente di cartone: così The Great Gatsby diventa una riflessione sul piacere, sull’etica, sul desiderio di afferrare la felicità e sui rischi che questo anelito comporta. Le feste, i salotti, i vestiti scintillanti e i party leggendari non appaiono più come mere immagini superficiali, ma come frammenti di un testo vivo, complesso, pieno di contraddizioni e tensioni sotterranee. Di riflesso, Manuppelli riabilita la chiacchiera, restituendole dignità letteraria e trovando una giustificazione al nostro perpetuo finir fuori rotta, all’inadeguato modo con cui tendiamo a reagire in presenza delle cose davvero importanti: con impacciata genuinità o con attonito silenzio.
Alcuni hanno descritto il suo libro come un racconto critico. Ci piace pensare che sia in realtà qualcos’altro: per l’autore è un pegno d’amore, un gesto dovuto, il goffo tentativo di rendere omaggio all’opera che ha profondamente segnato la sua vita.

Per noi, invece, è la chiacchiera che viene in soccorso quando vorremmo fossero gli altri a parlare, così da poter tornare al nostro silenzio e continuare a vagheggiare l’inafferrabile luce verde, eterna promessa di una felicità mancata.



Una risposta a “Chiacchiere fuori rotta”

  1. Mi sembra una recensione che, a differenza del film, invogli a leggere il libro (di nuovo)

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