[Il viaggiatore breve, Gennaro Serio, L’orma editore, Roma 2026]
a cura di Gabriele Abate
Si dice che tutte le stelle che vediamo siano già morte, più o meno, comunque altrove rispetto al luogo nel quale pensiamo di vederle. Pensandoci, ogni corpo celeste ci raggiunge attraverso il ritardo della propria luce, mediato tra sguardo ed oggetto, il tempo di propagazione separa inderogabilmente l’astro dal suo apparire. Per dire, ogni volta che riconosciamo un corpo celeste stiamo già inseguendo un’immagine. Perfino Venere, l’alma Venus di Lucrezio, piacere degli uomini e degli dèi, principio fecondatore della natura, non coincide mai con l’istante in cui la guardiamo. È una banalità smielata, lo so, da bacetti perugina, eppure noi continuiamo a rivolgerci all’immagine di Venere, come se fosse ancora presente, ma la luce fa ritardo, e contempliamo sempre un passato con la nostra presentificante illusione. Di questa asimmetria temporale, in fondo, scientificamente si occupa l’astronomia: le effemeridi, le parallassi, le coordinate, i moti propri non fanno che misurare meticolosamente tale asincronia originaria e costitutiva. E in tale asincronia credo viva anche la letteratura, in ritardo sull’esperienza e la vita, ma con la smargiassa illusione di arrivare prima.
Ad ogni modo, il mito antico nasce così, almeno secondo l’ipotesi di Hertha von Dechend e Giorgio de Santillana, per tradurre le configurazioni astronomiche in letteratura, e i nomi e le genealogie norrene, vediche o omeriche non fanno che nominare, tratteggiare un’uranologia, un sapere stellare. Ad ogni modo, con il naso all’insù ci sono sempre stati i poeti, o i filosofi, in qualità di acerbi astronomi, così da farsi irridere dalla servetta trace di turno. Ad ogni modo, Edmond Halley era uno scienziato-poeta, un esploratore del cielo, il primo a dimostrare in modo convincente che alcune delle cosiddette stelle fisse possiedono un moto proprio misurabile. Ad ogni modo, una vita del genere è una vita esemplare, meritevole di una biografia, seppur congetturale, come ogni biografia, e a scriverla è un narratore abilissimo quale Gennaro Serio.
Serio è uno scrittore che ha fatto del viaggio e della digressione la propria poetica, Già Notturno di Gibilterra, il romanzo d’esordio vincitore del Premio Calvino 2019, prendeva avvio dall’omicidio di uno scrittore e dall’inseguimento del presunto assassino, trascinando il lettore attraverso una lunga traversata europea, da Gibilterra fino al Baltico, fra città portuali, alberghi, stazioni, archivi, manoscritti, incontri fortuiti e continui depistaggi. Il giallo, un ipergiallo, finisce così per sfiorare i confini del genere mostrandone l’artificiosità e l’inchiesta diventa un potentissimo dispositivo scritturale, una macchina che moltiplica digressioni, innesti, citazioni, fantasmi letterari, geografie immaginarie, in un accumulo eterogeneo che riesce nondimeno a conservare un’unità profonda, come solo i grandi narratori sanno fare. Dopo un esordio simile arriva Ludmilla e il corvo (2023), imperniato sul miracoloso ritrovamento dell’ultimo manoscritto di Franz Kafka, il fantomatico Der Rabe, nato, secondo la leggenda, dall’incontro fra lo scrittore praghese e una bambina in lacrime per la scomparsa della propria bambola. Ancora una volta Serio sceglie la ricerca, il manoscritto, il falso, l’archivio, la biblioteca, l’apocrifo, la traduzione, inseguendo la continua disseminazione e migrazione di testi da attribuire o inattribuibili, confermando la propria poetica dichiaratamente shandyana, digressiva, centrifuga. Ora è la volta di Edmund Halley, occasione per Serio di rimettere in moto la sua caratteristica macchina narrativa.
Intanto, Halley è un viaggiatore. Ha già scritto articoli destinati a durare due secoli, ha discusso con gli astronomi del regno, è entrato nella Royal Society, continua a firmarsi umile servo di Urania, eppure prende e parte. Verso dove? Il cielo australe, la configurazione stellare del cielo australe, risultato del viaggio sarà il Catalogus Stellarum Australium, il primo grande catalogo telescopico delle stelle dell’emisfero australe, con 341 stelle censite. Ma importa relativamente, certo, Serio narra anche il viaggio avventuroso di questo Halley poco più che trentenne, la traversata verso Sant’Elena, il cielo australe, le osservazioni dubbiose e le scoperte. Eppure, ciò che perturba è il sussurro con cui annuncia la propria partenza, il dilemma che consegna al lettore e che Serio lascia proliferare fino a impregnare l’intero romanzo: vedi non è dai libri che bisogna tentare di far avanzare la nostra arte…
Ma come, non dai libri? Ci sarebbe quasi da rivoltarsi. Serio convoca scrittori di ogni latitudine, biblioteche, biografie, e sembra ipertestualmente smontare, pagina dopo pagina, quella sentenza. Eppure, rimane quell’asprezza di fondo, la verità che l’esperienza sopravanza la letteratura e il mondo non scritto è infinitamente più vasto del mondo scritto, per dirla con Calvino. Leggiamo poi che anche Manganelli ha scritto di Halley, ossessionato com’era dalle comete, definendolo un «bricoleur geniale», un inventore, e raccontando con la consueta ilarità il passaggio della cometa sul Corriere della Sera nel 1986 (il gustosissimo articolo è oggi raccolto ne Il gatto di casa è un agente d’altri mondi, Graphe.it edizioni, 2024). Seguono i pittori viaggiatori, le biblioteche portatili, l’inesauribile circolazione e passaggio dai libri alla vita. Serio continua, in fondo, a discutere la frase di Halley, a correggerla, a incrinarla, a cercarne una mediazione, una sintesi, che sia forse la letteratura portatile immaginata da Vila-Matas? Non se ne viene fuori.
Considerando che Halley fu anche «altre cose, uomo di Stato, diplomatico, ingegnere, economista, editore. Ma sopra ogni altra, egli fu osservatore: eminente osservatore di quanto è sulla soglia di galleggiamento del visibile, di tutto quanto si deve immaginare solo a partire da pochi, sfuggenti dettagli che affiorano dal buio: osservatore precario osservatore fragile osservatore accecato. Scrittore». E cosa fa lo scrittore di mestiere? Osserva e scrive. Come fa Halley, misura tracce, mette in relazione, riconosce figure, e scrive.
Tuttavia, non si può scrivere senza aver prima fatto esperienza del mondo osservabile, senza prima essersi immersi fin nella scaturigine dei fenomeni. Non si può scrivere senza aver osservato il mondo non scritto. È questa, forse, l’amara legge che governa ogni scrittura, l’asincronia costitutiva e originaria fra l’osservabile e lo scrivibile, fra le stelle e il loro apparire. Almeno così, con un’altra frase forse troppo ingenua, e smielata, possiamo affermare che la letteratura sopraggiunge sempre dopo la vita, tristemente, eppure è proprio in quel ritardo, gioiosamente, che riesce ad anticiparne e farne risuonare il senso.

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